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LA CITTA' DEI VIVI, il film di TSUKAMOTO e il documentario sul Kabuki di Miike - Daily Venezia #3
05/09/2026 | 18 minTerzo giorno a Venezia 2026: un film francese in concorso che non doveva esserci, Tsukamoto fuori dal suo elemento, il sorprendente documentario di Miike sul Kabuki e La città dei vivi senza punto di vista.
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15-18 Place to Heal è l'ennesimo film francese istituzionale — stavolta un reparto psichiatrico per adolescenti — di quella tradizione nata con La Classe: finzione che racconta come funzionano le istituzioni, con personaggi tutti virtuosi, cuori sempre nel posto giusto e scrittura da fiction televisiva. Il ricatto morale di raccontare contesti difficili non basta a fare un buon film. Inspiegabilmente in concorso.Mr. Nelson Did You Kill People di Tsukamoto completa quella che sembra una trilogia ideale sulla guerra, dopo Fires on the Plane e il bellissimo Killing. Ma stavolta Tsukamoto esce dal suo territorio: un film in inglese su un reduce del Vietnam con PTSD, ambientato negli anni 70-90, con Geoffrey Rush psicologo. Tutto ciò che lui sa fare — i flash, il sound design ossessivo, il contrasto carne/acciaio — è ridotto a condimento. La storia non funziona, la regia non frutta. Manca il ferro, manca il film.Il documentario di Takashi Miike sul Kabuki — il primo che abbia mai girato — è la sorpresa della giornata. Racconta l'ultimo erede della famiglia Ichikawa Danjuro, 700 anni di storia, una dinastia considerata maledetta per le morti premature che l'hanno colpita. Il 13esimo porta l'innovazione all'estremo: fa 13 ruoli invece di 10, inclusa una scena in cui interpreta simultaneamente l'accoltellato e l'accoltellatore con cambi di costume fulminei. Molto meglio di quanto fosse in concorso.La città dei vivi nasce dal romanzo-inchiesta di Nicola Lagioia su un omicidio efferato e inspiegabile. Il film arriva senza il nome di Luca Guadagnino (produttore originale) né quello dei fratelli D'Innocenzo (sceneggiatori originali): tutti hanno tolto il nome, cosa rarissima. Il risultato è un film tecnicamente ben fatto, con buone prove attoriali, che dedica tutto il tempo alla vita ordinaria della vittima — e arriva alla fine senza un punto di vista, senza una lettura, senza personalità. Un trailer lunghissimo di un film che non inizia mai.
Montaggio e riprese: Bianca Ferrari
#FestivalDiVenezia2026 #Venezia83 #TakashiMiike #ShinyaTsukamoto #LaCittàDeiVivi #MostraDelCinema #CriticaCinematografica #VeneziaDailyVlogWild Horse Nine di McDonagh, Bucking Fastard di Herzog e Nessun dolore di Amelio - Daily Venezia #2
04/09/2026 | 16 minSecondo giorno alla Mostra del Cinema di Venezia 2026: il film più sorprendente del festival firmato Werner Herzog, un Gianni Amelio con buone intenzioni e pessima esecuzione, e Wild Horse Nine di Martin McDonagh che punta agli Oscar.
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Bucking Fastard di Werner Herzog era il film più atteso e non delude. Le sorelle Mara interpretano due donne che parlano all'unisono, agiscono all'unisono, sembrano una persona sola — ispirate a una storia vera di gemelle omozigote. La cosa pazzesca, tipica di Herzog, è che questa particolarità non è il tema del film: lui la tratta come qualcosa di normale in un mondo che le rifiuta, e costruisce intorno a loro una storia su cosa significa inseguire un sogno ambizioso. Con un processo, Orlando Bloom, caverne gigantesche scavate da un uomo solo e quella componente di romanticismo tedesco che attraversa tutto il suo cinema. Probabilmente il suo film di finzione più bello dal 2000 in poi.Nessun dolore di Gianni Amelio ha intenzioni nobilissime — il senso di colpa del primo mondo, l'immigrazione, Alessandro Borghi venditore di libri usati a Roma — e le spreca tutte. Un film così fuori fuoco da sembrare involontariamente la rappresentazione degli incubi conservatori sull'immigrazione. Scritto male, con personaggi stereotipati. Un errore completo.Wild Horse Nine di Martin McDonagh è la storia di due agenti CIA in Cile durante l'elezione di Allende, diretti sull'Isola di Pasqua. Ha tutto il DNA di McDonagh: amicizia maschile piena di insulti, umorismo inclassificabile, finale d'azione. Sam Rockwell e John Malkovich reggono benissimo. Il limite è che gira a vuoto per troppo tempo prima di concentrare le idee migliori nel finale.
Montaggio e riprese: Bianca Ferrari
#Venezia83 #WernerHerzog #MartinMcDonagh #GianniAmelio #MostraDelCinema #CriticaCinematografica #VeneziaDailyVlogINK di Danny Boyle, Col cuore in gola di Tinto Brass e La ragazza con la Leica - Daily Venezia #1
03/09/2026 | 18 minPrimo giorno alla Mostra del Cinema di Venezia 2026: il restauro di Tinto Brass in preapertura, l'apertura di Orizzonti e Ink di Danny Boyle che apre ufficialmente il concorso.
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Il festival è cominciato e la preapertura è toccata a Col Cuore in Gola di Tinto Brass (1967), un thriller psichedelico girato a Londra con Jean-Louis Trintignant, restaurato dal Centro Sperimentale di Cinematografia con il supporto di Netflix. Un film proto-'68 che racconta come Brass sia arrivato al cinema erotico attraverso una carriera ben più complessa di quella che si ricorda — e che probabilmente è il primo passo di una rivalutazione critica destinata ad accelerare.La ragazza con la Leica di Alina Marrazzi apre Orizzonti e racconta Gerda Taro, compagna di Robert Capa. Il paradosso è che un film nato per celebrare una figura dimenticata finisce per non metterla mai al centro: il nome di Capa viene pronunciato decine di volte, le scenografie e i costumi sanno di falso, la scrittura è ridondante. Un film convenzionale che non regge il peso dell'apertura di sezione.Ink di Danny Boyle apre il concorso: è la storia di Rupert Murdoch e della nascita del Sun, il quotidiano scandalistico fondato nel 1969 con il direttore Larry Lamb. È spettacolare e ritmato, con una intuizione forte — quei contenuti oggi associati a degenerazione erano allora rivoluzione e liberazione. Ma il finale lo spreca tutto con un montaggio didascalico che collega i tabloid a Facebook e Trump. Un film buono che non affronta le questioni cruciali del tema che vuole trattare.
Riprese e montaggio: Bianca Ferrari- Come il film più ambizioso degli anni Novanta è diventato il più grande flop di Hollywood: la storia impossibile di Waterworld, 175 milioni di dollari, un set che affondò, Spielberg che avvertì e non fu ascoltato. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Per chi vuole approfondire consiglio questi due articoli: https://www.slashfilm.com/653692/the-story-behind-waterworlds-nightmarish-production/ https://alltherightmovies.com/feature/stormy-seas-exploring-the-myth-of-waterworld-25-years-on/ Kevin Costner è legato in cima all'albero maestro della sua imbarcazione. Non è finzione: l'hanno legato sul serio. L'elicottero se n'è andato, il mare si è alzato, il vento è troppo forte per recuperarlo. Resterà lì per un'ora alla deriva, chiedendosi: «Cosa sto facendo della mia vita?». È l'immagine più grottesca di tutta questa storia. Tutto comincia nel 1986 con Roger Corman che vuole un "finto Mad Max": commissiona la sceneggiatura a Peter Rader, la rifiuta perché troppo cara, e la cosa finisce lì. Fin quando i fratelli Gordon non la fanno leggere a Kevin Costner, nel momento in cui Costner è già la star più potente di Hollywood: Balla coi lupi, Robin Hood, Guardia del corpo, quattrocento milioni a film. Con lui a bordo, Waterworld diventa improvvisamente possibile. Non però intelligente. Spielberg viene in visita come cortesia tra colleghi — lui aveva quasi distrutto la sua carriera girando Lo squalo in mare aperto — e dice a Costner di non farlo. Non viene ascoltato. La Universal stima il budget a 65 milioni, mette da parte altri 35 "per sicurezza". Costner ne mette da parte altri 35 per conto suo. Il film alla fine costerà 175 milioni. Quasi tre volte la prima stima. In mezzo c'è Kevin Reynolds, regista con cui Costner non si parlava già prima di iniziare. Joss Whedon che riscrive il copione sul set alle Hawaii («ero lo stenografo più pagato al mondo»). Un megaset da 22 milioni di dollari affondato da un uragano e ricostruito. 425 comparse da trasportare in mare ogni giorno. Attrici sbalzate fuori dalle imbarcazioni. Il regista con il mal di mare cronico. E i documenti del divorzio di Costner recapitati sul set al terzo giorno di riprese. Le r prese durano 160 giorni invece di 96. Reynolds abbandona con una battuta micidiale. La stampa chiama il film "Kevin's Gate". Dennis Hopper rivela il budget in TV e aggiunge che avrebbe dovuto chiedere di più. Il film esce già odiato da tutti. Incassa 264 milioni nel mondo. Gli sarebbero serviti il doppio per andare in pari. La perdita è di 160 milioni. Torna in attivo nel 2013, quasi vent'anni dopo. Storyline su IG: https://bit.ly/StorylineIG Storyline su TikTok: https://bit.ly/StorylineTK #Waterworld #KevinCostner #Hollywood #Flop #CinemaAnniNovanta #FilmItaliano #Storyline #BehindTheScenes
- 21 luglio - ROMA: Libreria Feltrinelli Piazza Pio XI ore 18.30
28 luglio - SABAUDIA: Palazzo Mazzoni ore 19.00
30 Luglio - VALENTANO: Palazzo della vittoria 19.30
Come Federico Fellini ha trasformato il blocco creativo, il caos e la crisi personale in 8 e mezzo: il film più autobiografico e più inimitabile del cinema italiano. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Prima di 8 e mezzo, Fellini non era il genio universalmente amato. La Strada aveva diviso la critica, La Dolce Vita era stata contestata alla prima milanese. Ma la Palma d'Oro a Cannes crea qualcosa di peggio del fallimento: una pressione immensa. Fellini non sa più cosa fare.Il film che nasce da questo blocco è anche il film del blocco: un regista che non sa cosa girare, circondato da produttori, attori, ex amanti e figure del passato. Per arrivarci, Fellini ci mette anni, cambia più volte il soggetto — prima uno scrittore in crisi, poi un impresario teatrale — e scrive la sceneggiatura in quattro con Flaiano, Pinelli, Rondi. A un certo punto manda una lettera al produttore Angelo Rizzoli per dire che molla tutto. La lettera esiste ancora. Poi scende in ascensore, si siede alla festicciola di produzione col bicchierino di spumante, si sente "un uomo con il martello legato alla coscia" — e lì, in quel momento, vede il film nella testa.Sul set, Fellini fa contare gli attori al posto delle battute. Va letteralmente a caccia di facce per le strade. Sandra Milo la recluta presentandosi a casa sua nel mezzo della notte con tutta la troupe. Mastroianni interpreta Guido Anselmi copiando tic, vocina e movenze di Fellini stesso. Gianni Di Venanzo inventa un bianco e nero nuovo — sovraesposto, quasi bruciato nelle scene delle terme — per separare realtà, sogno e memoria senza didascalie. Ci sono tre finali. Solo uno è quello che conosciamo. E Ennio Flaiano scoprirà sull'aereo per gli Oscar di volare in economy, mentre Fellini è in prima classe. Non collaboreranno mai più.Storyline su IG: https://bit.ly/StorylineIGStoryline su TikTok: https://bit.ly/StorylineTK#8EMezzo #Fellini #CinemaItaliano #Mastroianni #FilmItaliano #Storyline #FilmAnalysis #Storia
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Acerca de Storyline
Fare cinema è un lavoro assurdo. Creare film è ogni volta un piccolo inferno e le persone che ci girano intorno sono strane, originali se non proprio pericolose.
Questo podcast racconta le storie dietro ai film, quelle delle vite degli attori o dei registi e tutto quello di paradossale gira intorno al cinema e chi lo fa. Qui in audio su YouTube pure in video.
Gabriele Niola è un critico cinematografico, podcaster e creatore di contenuti, da anni scrive di cinema e intervista attori e registi. Tutto pur di non lavorare.
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