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    “Una catastrofe” di H. G. Wells

    03/10/2025 | 21 min
    Una catastrofe

    di

    H. G. Wells

    tempo di lettura: 12 minuti

    La piccola bottega non faceva affari, anzi puzzava di liquidazione. Winslow non era uomo capace di fare i conti, ed intravvide la realtà poco a poco, benchè ne avesse sempre avuto il presentimento, e fu un cumulo di circostanze che fece nascere in lui la persuasione di essere alle porte del fallimento.

    Innanzi tutto che cosa ci stavano a fare quelle quattro pezze di tela? Ne aveva venduto cinquanta centimetri in tutto! E quell’altra stoffa da quaranta centesimi al metro, quella stessa che Bandersnach, il negoziante della Via Larga, vendeva a venti centesimi! Al disotto del prezzo di fabbrica? Certamente doveva rimetterci! Bandersnach poteva bene lasciar vivere il prossimo!

    E quei berretti che ci stavano a fare? Nessuno li voleva! Sfido io, c’era una sola misura di testa! Ed allora si rammentò del conto aperto coi negozianti all’ingrosso Helter, Skelter e Compagni….

    A quanto ammontava quel conto?… Quando ci pensò, Winslow stava al banco con uno scatolone verde fra le mani, ed i suoi occhi bigi si allargarono smisuratamente, ed i suoi baffi arruffati parvero arruffarsi ancor di più. Egli aveva rimandato il pagamento di quel conto da un giorno all’altro!… Si allontanò dal banco per recarsi allo scrittoio che gli serviva da cassa. (Aveva per sistema di rilasciare al banco una tessera ai compratori, poi di correre alla cassa e ritirare i denari quasi non si fidasse della propria onestà).

    Osservò il calendario affisso al muro e facendovi scorrere sopra le magre dita: «uno, due, tre…. tre settimane ed un giorno? – disse fra sè. – Solamente tre settimane ed un giorno! Pare impossibile!»

    — Il thè è pronto, – disse la signora Winslow aprendo la porta a vetri della retrostanza.

    — Ora vengo, – rispose il negoziante, e girò la chiave nella serratura dello scrittoio.

    In quel mentre entrò in bottega un vecchio signore dall’aspetto scortese e brontolone, con un viso rosso rosso, tutto imbacuccato in un ampio mantello di pelliccia.

    — Uff! – esclamò il cliente, – un fazzoletto!

    — Benissimo, di che prezzo signore?

    — Un fazzoletto, e spicciatevi!

    Winslow alquanto turbato presentò ed aprì due scatole:

    — Ecco, signore.

    — Sono di latta i vostri fazzoletti, – esclamò l’altro tastando la tela. – Come si fa a soffiarsi il naso con questa roba!

    — Forse il signore desidera un fazzoletto di cotone?

    — Quanto costa?

    — Quaranta centesimi, il signore non desidera altro?

    — Andate al diavolo! – rispose il vecchio frugandosi nelle tasche e tirandone fuori uno scudo.

    Winslow cercò cogli occhi il libro di cassa che non era mai in un posto ben determinato, ed i suoi sguardi s’incontrarono con quelli del vecchio signore che andò difilato alla cassa, prese il resto ed il fazzoletto, uscì, non senza aver manifestato ad alta voce il suo sdegno contro le volgari abitudini di quella bottega.

    Winslow si rianimava ogni qualvolta entrava qualche cliente; ma il cassetto aperto gli ravvivò le sue inquietudini.

    Ad un tratto udì battere alcuni colpi contro i vetri della porta, alzò gli occhi, e vide sua moglie. Essa gli offriva un rifugio! Chiuse lo scrittoio, girò la chiave del cassetto, ed entrò nella retrostanza per bere il thè.

    Nondimeno egli era assai preoccupato: tre settimane ed un giorno!

    Contro ogni sua abitudine mangiò avidamente alcune fette di pane imburrato e rimase collo sguardo fisso sul vasetto di conserve.

    Minnie, sua moglie, cercava di intavolare il discorso, ma egli rispondeva distrattamente. L’ombra di Helter Skelter e Compagni sorgeva dalla tavola da thè, ed egli era alle prese con quell’idea nuova di fallimento, di liquidazione, che prendeva forma e corpo!

    Oramai era nè più nè meno un fatto concreto; alla Banca rimanevano trentanove sterline, e fra tre settimane ed un giorno Helter e Compagni gliene avrebbero chieste ottanta!

    Dopo che ebbe sorbito il thè, entrarono in bottega due o tre clienti per fare acquisti di poca importanza: dei bottoni, qualche nastro di cotone, un paio di calze. Allora Winslow temendo che i cattivi pensieri si nascondessero minacciosi in qualche canto della bottega, accese assai prima di notte le lampade ed incominciò a piegare alcune pezzuole di tela, lavoro puramente meccanico, richiedente uno sforzo più fisico che morale.

    E l’ombra di Minnie, nella retrostanza, girava intorno alla tavola. La buona donna era occupatissima nel rivoltare una vecchia veste.

    Dopo pranzo, Winslow uscì per fare due passi, e quando tornò a casa la moglie era già a letto. Qui l’aspettavano i suoi nemici, i cattivi pensieri, che lo perseguitarono tanto bene, che a mezzanotte il sonno sparì. Aveva già avuto per due o tre notti una tale compagnia; ma questa volta la cosa fu assai più seria.

    Prima di tutto gli si fecero innanzi i signori Helter, Skelter, Grab e Compagni col conto di ottanta sterline, una somma colossale per chi ha incominciato con un capitale di settanta sterline. E questi signori sedettero a lui davanti e lo assediarono di domande. Ed egli cercava scuse e pretesti. Se facesse una vendita di liquidazione? E si sforzava d’immaginare una vendita meravigliosa con un incasso altrettanto meraviglioso, malgrado il grande ribasso. Ma ecco che la ditta Bandersnach (101, 102, 103, 105, 106, 107, Via Larga) si univa agli assedianti. Ed egli vedeva la lunga facciata del negozio e gli articoli che erano venduti con un guadagno irrisorio. In che modo lottare contro una ditta simile? D’altronde egli stesso che cosa poteva vendere?

    Incominciò a far l’inventario delle mercanzie.

    Che cosa si poteva dunque mettere in vista per far fruttare la vendita? Ed ecco presentarsi alla sua povera mente un mucchio disordinato di tele bianche, gialle, e nere, a fiori, tutte sgualcite, guanti macchiati e vecchi a furia di stare in negozio, e mille altre cose di mercerie ridotte oramai in uno stato poco presentabile. Non vi era alcuna speranza! Nulla contro i suoi implacabili creditori! Come mai poteva supporre che un cliente qualsiasi comprerebbe simili fondi di bottega! Perchè aveva egli comprato quegli articoli piuttosto che altri assai più utili? Ed il suo odio contro Helter Skelter e Compagni aumentava sempre più….

    E poi che bisogno vi era di una cassa, e delle lampade che aveva pagato cinque sterline?

    Poi ad un tratto provò un acuto dolore rammentandosi che doveva pagare ancora il fitto della bottega! Diè un gemito e si avvoltolò nel letto. Innanzi agli occhi confusamente, nel buio, si disegnava la massa bianca delle spalle della signora Winslow. Quella vista fece cambiare direziono a’ suoi pensieri. Come! egli era lì, torturato dagli affari, ed essa dormiva come un fanciullo. Si pentì di averla sposata, e la sua amarezza era infinita, come quella che prova il cuore umano specialmente nelle prime ore del giorno. Quella che dormiva a lui vicino non gli era di nessun aiuto, era un peso, una responsabilità.

    Che follia era stata la sua di averla sposata!

    Il placido sonno di Minnie lo irritava a tal segno che avrebbe voluto svegliarla per gridarle: Siamo rovinati! Essa avrebbe dovuto, allora, andare a stare da uno zio, da quello zio che non aveva fatto nè avrebbe mai fatto nulla per lui!

    Egli vedevasi elemosinando il pane, chiedendo in ogni negozio un impiego da garzone, oppure scrivendo innumerevoli lettere, egli che aborriva lo scrivere lettere: «Signore, leggendo l’avviso che avete fatto pubblicare nel *Mondo Cristiano*, ecc., ecc.» e vedeva una serie di inquietudini e di disillusioni e come fine: nulla, nulla, un baratro!

    . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

    Winslow si vestì sbadigliando, poi andò ad aprire il negozio; si sentiva stanco prima ancora che la giornata incominciasse.

    E mentre toglieva le imposte domandava a sè stesso a che cosa potesse essere utile tutto ciò che faceva in quel momento. La luce penetrava nel negozio, e con la luce penetrava la realtà. Infatti quale bottega! Il pavimento mezzo rotto, il banco in pessimo stato…. miseria…. fallimento!

    E dire che da sei mesi egli aveva sognato un piccolo negozio civettuolo, ed un modesto ma sicuro guadagno nella cassa! Ed ecco che ad un tratto si svegliava da questo sogno.

    ….Il saliscendi della porta scucì una falda del suo abito, e quell’incidente lo fece andare su tutte le furie, rimase un po’ indeciso, quindi diè colla mano un altro strappo all’abito e si recò da Minnie.

    — Ecco, – disse in tono di rimprovero, – potreste badare un po’ di più agli abiti di vostro marito.

    — Io non aveva visto che era strappato.

    — Voi non vedete mai nulla, – rispose Winslow assai ingiustamente, – oramai è troppo tardi!

    — Se volete, ricucirò subito.

    — Facciamo colazione prima di tutto, e fate le cose al loro tempo.

    A colazione egli fu preoccupato e Minnie l’osservava ansiosa. Parlò solamente per dire che le uova erano pessime. Quelle uova non erano cattive, puzzavano solamente un po’ (diamine, costavano uno scellino la quindicina), ma erano mangiabili.

    Winslow allontanò brontolando il piatto, mangiò una fetta di pane imburrato e ricominciò a pigliarsela colle uova.

    — Amico mio, – disse Minnie, quando egli si alzò da tavola per tornare in bottega, – voi siete ammalato.

    — Io sto benissimo, – rispose Winslow lanciando alla moglie uno sguardo pieno di odio.

    — Allora vi è qualcosa. Siete forse in collera per lo strappo? Dite ciò che avete! Voi eravate di cattivo umore anche ieri al thè ed a pranzo, eppure non era per lo strappo!

    — Ed ho ragione di essere in collera.

    — Ma che cosa c’è dunque?

    L’occasione era troppo bella per lasciarla sfuggire, e con una brutalità drammatica Winslow rispose:

    — Che cosa c’è! Ah! che cosa c’è?! Ho fatto tutto quello che ho potuto e se non posso pagare ottanta sterline a Helter, Skelter e Compagni fra tre settimane….

    E tacque un momento, poi ripigliò:

    — Ebbene, saremo perduti…. perduti! Ecco che cosa c’è, perduti!

    — Oh! per carità, – esclamò lei.

    Winslow chiuse la porta violentemente. Egli si sentiva alleggerito almeno della metà del suo dispiacere. Ed incominciò a spolverare delle scatole che non avevano alcun bisogno di essere spolverate, poi ripiegò delle pezze di tela che erano già perfettamente ripiegate. Era il destino che lo rendeva di quell’umore da cane, perchè non era la sua poca energia la causa di tutto ciò, neanche per sogno! Non aveva forse egli fatto, Dio mio, tutti gli sforzi possibili, tutte le combinazioni immaginabili per salvarsi?

    E tutto ciò per giungere a questo stato!

    Un orribile dubbio gli traversò la mente: non vi era dunque più Provvidenza se esisteva un Bandersnach…. o forse era una dura prova che Iddio gli mandava?

    Questa idea lo consolò moltissimo e s’immaginò in tutta la mattinata di essere un martire del destino.

    A pranzo, un piatto di patate diede il tracollo a quel disgraziato. Alzò gli occhi improvvisamente, e vide Minnie che lo guardava. Essa era pallida, cogli occhi rossi. Fu commosso, gli si serrò la gola, le sue idee s’ingarbugliarono e presero un’altra direzione.

    Allontanò il suo piatto e fissò sua moglie, poi si alzò, si avvicinò a lei e le s’inginocchiò innanzi esclamando:

    — Oh Minnie!…

    Ella capì subito che era venuta l’ora della riconciliazione, l’abbracciò strettamente mentre egli singhiozzava. E singhiozzava come un fanciullo, dicendo ch’era stato un miserabile d’averla sposata, d’averla condotta alla rovina, che non meritava neppure un soldo di credito, che tutto era colpa sua, e che aveva avuta troppa fiducia in sè stesso!

    E le sue frasi finivano con un urlo.

    Minnie piangeva, ma silenziosamente, e gli batteva una mano sulle spalle adagio adagio ed andava ripetendogli: «Caro mio, caro mio!…» per calmarlo.

    Ad un tratto si udì suonare il campanello del negozio. Winslow si alzò di botto e si ricompose.

    ….Dopo quell’incidente, al thè, a pranzo, a colazione, a letto, parlavano sempre della loro situazione, seriamente, senza concludere nulla, collo sguardo fisso nel vuoto; ma confortati della loro reciproca confidenza.

    — Che fare? Non lo so!

    Era l’eterno ritornello di Winslow. Minnie, benchè in procinto di essere madre, faceva di tutto per essere gaia; ma aveva bisogno di tutto il suo coraggio e di tutta la sua energia. Chi lo sa! Lo zio le verrebbe in aiuto nel momento critico. A nessuno conviene l’essere troppo superbo! D’altronde, «qualcosa poteva succedere!» era la sua frase favorita.

    E speravano, e calcolavano sopra una vendita eccezionale.

    — Forse, diceva Minnie, – potrete raggranellare cinquanta sterline. Vi si conosce abbastanza per farvi un po’ di credito.

    E discutevano in proposito. Ammessa la possibilità di una proroga accordata da Helter, Skelter e Compagni si sentivano incoraggiati a guadagnare la somma indispensabile.

    L’indomani, dal giorno in cui Winslow aveva confessato tutto, essi furono quasi totalmente rasserenati, ridevano delle loro inquietudini esagerate! Anche venti sterline, come punto di partenza sarebbero bastate! Ma ad un tratto, non so come, la speranza che Helter e Compagni potessero accordare la proroga, svanì; e Winslow precipitò nel baratro della disperazione. Diè un’occhiata ai mobili chiedendo a sè stesso quanto potevano valere. La credenza in ogni caso era in buono stato e vi erano vecchi piatti che Minnie aveva ricevuto in dono dalla madre sua. Poi gli balenarono in mente dei mezzi straordinari per allontanare il giorno maledetto. Aveva sentito parlare di vendite all’incanto, e queste parole, vendite all’incanto, lo rassicuravano. D’altronde perchè non chiedere aiuto ad uno strozzino?

    Un fatto che lo incoraggiò maggiormente accadde nel pomeriggio. Una bambina entrò in negozio con un campione di tela, e Winslow potè nel suo miserabile «stok» trovare la pezza della stessa qualità e contentare la piccola cliente. Non gli era mai successo un caso simile! Andò subito da Minnie a dirle l’accaduto.

    Del resto l’incidente è narrato per dimostrare al lettore che il cielo si rasserenava ogni tanto.

    I giorni seguenti, Winslow aprì bottega un po’ più tardi. Quando non si dorme la notte e non vi è più speranza, a che pro alzarsi di buon mattino? Ma al venerdì mattina, quando entrò nella bottega successe un caso assai bizzarro.

    Vide in terra qualcosa di color bianco e di forma rettangolare. Si chinò per osservare e raccattò una busta listata a lutto. Era indirizzata a sua moglie. Certamente era qualche morto in famiglia, forse lo zio…. Egli conosceva troppo lo zio per poter fare assegnamento su di lui! E sarebbe stato necessario vestirsi a lutto ed andare ai funerali! Brutale crudeltà della gente che muore! E Winslow vide innanzi a sè dei pantaloni neri, dei guanti neri, dei cappelli col lutto! E doveva comprare tutto ciò! E la bottega chiusa per lutto di famiglia!

    — Ho paura, Minnie, – disse, – che vi sia qualche cattiva notizia!

    Ella era in ginocchio innanzi al camino affaccendata a soffiare nel fuoco. Si voltò e vedendo la busta esclamò, sospirando:

    — Ho paura che sia mio zio! – e prese la lettera guardando il marito con occhi di spavento. – Non conosco la calligrafia!

    — La busta porta il timbro di Hull.

    — Di Hull?!

    Minnie lacerò adagio adagio la busta, ne tirò fuori la lettera, l’aperse e guardò la firma. — È del signor Speight.

    — E che cosa dice?

    Minnie incominciò a leggere….

    — Oh! – esclamò subito, abbandonando la lettera. E cadde come svenuta colle mani sugli occhi.

    Winslow raccolse rapidamente la lettera:

    «Una tremenda disgrazia è successa!

    «La gran torre del camino della fabbrica di Melchior è caduta ieri sul tetto della casa di vostro zio e tutti sono rimasti uccisi!

    «Vostro zio, vostra cugina Mary, Will e Ned, e la cameriera sono rimasti tutti schiacciati, voi li riconoscerete a mala pena! Vi scrivo per darvi la notizia prima che i giornali ne parlino….»

    Winslow dovette sostenersi ad una seggiola per non cadere anch’esso.

    Tutti morti! E vedeva la casa dello zio, rovinata, ed i cadaveri irriconoscibili! E intravvedeva la speranza della salvezza sua! e cercava di provar dolore, ma non vi riesciva!

    E seguitò a leggere:

    «Voi siete la sola parente prossima» scriveva il signor Speight.

    — È spaventoso! – mormorò Minnie, ricordandosi un poconota 1.

    Winslow la fissò tentennando il capo. Mille cose gli balenavano in mente, ma nessuna gli parve degna di essere espressa in tale occasione.

    — Dio l’ha voluto! – diss’egli finalmente.

    — Cio è terribile, – esclamò Minnie. – Mia zia! la mia cara zia! e quel caro zio!

    — Dio l’ha voluto! – ripetè con unzionenota 2 Winslow.

    — Sì, – disse dopo un po’ Minnie, – sì, forse Dio l’ha voluto, ed ed osservava la busta che lentamente si accartocciava sulle ceneri ancor calde del focolare.

    Erano tutti e due assai mesti e nè l’uno nè l’altro avrebbero in quel momento potuto udire qualsiasi parola a proposito dell’eredità. Minnie tornò innanzi al focolare e incominciò lentamente ad accendere un giornale; anche dopo i momenti più tristi, le abitudini della vita riprendono il loro andamento. Winslow sospirò profondamente e si avviò senza far parola alla porta di strada.

    Quando l’aperse, un largo fascio di luce penetrò nella scura bottega, e Brandersnach, Helter, Skelter e Compagni erano spariti dalla mente sua come nubi al sole di levante. Per ora, egli era occupato a ritirare le imposte, ed al più presto possibile; in cucina il fuoco scoppiettava allegramente sotto una piccola cazzeruola che pareva cantasse, Minnie faceva cuocere due uova, uno per lei, eccezionalmente, l’altro per il marito, e la si udiva apparecchiare la tavola con una insolita ostentazione….

    Il colpo era stato imprevisto e terribile; ma bisogna convenire che in questo triste ed inesplicabile mondo, noi siamo capaci di far fronte a simili disgrazie….

    Era passato mezzogiorno e nessun de’ due aveva ancor parlato di eredità.

    Fine.

    nota 1 – Traduzione molto discutibile. Così in originale: “How awful!” said Minnie, in a horror-struck whisper, and looking up at last. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

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    nota 2 – In originale: with infinite feeling. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio].

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    LIBRO PARLATO:

    VOCE: Fiorenza Auriemma

    DATA: 03/10/2025

    QUESTO E-BOOK:

    TITOLO: Una catastrofe

    AUTORE: Wells, Herbert George

    DIRITTI D'AUTORE: no

    LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet:

    https://liberliber.it/opere/libri/licenze/

    TRATTO DA: Novelle straordinarie / H. G. Wells ; [illustrazioni di Celso Ondano]. - Milano : Fratelli Treves, 1905. - 211 p., [10] c. di tav. : ill. ; 27 cm.

    SOGGETTO:

    FIC029000 FICTION / Brevi Racconti (autori singoli)

    FIC028040 FICTION / Fantascienza / Brevi Racconti
  • Pagina Tre

    “Un’orchidea straordinaria” di H. G. Wells

    03/10/2025 | 21 min
    Un’orchidea straordinaria

    di

    H. G. Wells

    tempo di lettura: 12 minuti

    Se volete acquistare un’orchidea correte il rischio di un giuoco di borsa, fate come si dice volgarmente una speculazione. Avete innanzi agli occhi un pezzettino di velluto raggrinzito, di colore scuro, pel rimanente dovete rimettervi allo stimatore, al vostro gusto od alla fortuna.

    Può accadere che la pianta sia moribonda o morta, oppure che, dato il prezzo d’acquisto, abbiate fatto un buon affare. Può anche succedere, e questo caso è avvenuto molte volte, che a poco a poco, giorno per giorno, si sviluppi sotto gli occhi del fortunato compratore, qualche nuova varietà, qualche tesoro sconosciuto, qualche strano ravvolgimento del «labellum,»nota 1 oppure una delicata sfumatura od una smorfia inaspettata. Sopra un tenero e verde stelo sboccerà forse un fiore che sarà per voi orgoglio e profitto e che vi procurerà forse l’immortalità, perchè in tal caso sarà necessario indicare il nuovo miracolo della natura, con un nome nuovo. E questo nome non potrebbe essere forse quello dello scopritore?

    Era certamente la speranza di qualche scoperta fortunata che faceva assiduo frequentatore di vendite d’orchidee il signor Winter-Wedderburn. Egli però non aveva altre occupazioni. Era, timido e viveva appartato, era un essere completamente inutile; possessore di un reddito che gli bastava appena appena per sbarcarsela, e mancante di quell’energia necessaria a procurarsi un lavoro regolare.

    Egli avrebbe potuto benissimo collezionare francobolli o monete antiche o tradurre Orazio od anche rilegare libri; ma il caso volle che coltivasse orchidee, e che avesse un piccolo tepidario.

    — Ho in mente, – diss’egli un giorno sorbendo una tazza di caffè, – ho in mente che oggi mi accadrà qualcosa!

    Il suo parlare era lento come lenti erano i suoi movimenti ed i suoi pensieri.

    — Oh non dite ciò! – esclamò la governante che era una lontana cugina di Wedderburn.

    Quel: «mi accadrà qualcosa» voleva dire per lei una catastrofe imminente.

    — Voi mi capite male. Io non prevedo nulla di grave, benchè, in verità, io non sappia precisamente dirvi che cosa succederà.

    — Oggi; – seguitò a dire dopo una pausa, – Peters deve vendere uno stock di piante delle isole Andamannota 2 e delle Indie. Voglio vedere di che si tratta e potrebbe benissimo darsi il caso che io acquistassi qualche cosa di buono. – E così dicendo porse la tazza vuota alla cugina. — Si tratta forse di quella specie raccolta da quel povero giovane del quale mi parlaste l’altro giorno? – diss’ella colmando la tazza.

    — Sì, – rispose Winter, e guardando con aria medita

    bonda una fetta di pane e come parlando a sè stesso soggiunse: – Nulla succede a me! E perchè? Eppure molte cose succedono agli altri! Per esempio, Havery, non più tardi della settimana scorsa, il lunedì ha trovato dieci soldi, mercoledì tutti i suoi polli sono caduti ammalati, venerdì un suo cugino è tornato dall’Australia, sabato si è buscato una storta! Quale serie di emozioni mentre io….

    — Preferirei, ne’ vostri panni, non averne tante; è molto meglio.

    — Sì, avete ragione, tutto ciò deve essere noioso. Ma a me non succede mai nulla! Quando ero fanciullo non ho mai avuto disgrazie. Adulto, non ebbi mai folli passioni. Non mi sono mai ammogliato. Davvero che non so definire l’effetto che si deve provare quando vi succede qualcosa, qualcosa di veramente speciale. Quel raccoglitore d’orchidee non aveva che trentasei anni, venti anni meno di me, quando morì. Ed egli sì era ammogliato due volte, aveva divorziato una volta, quattro volte si era buscato le febbri di malaria, e si era rotta una gamba una volta! Un giorno uccise un Malese, ed un altro giorno fu ferito da una freccia avvelenata. Finalmente morì nella jungla succhiato dalle sanguisughe. Tutto ciò deve essere stato assai sgradevole, ma anche molto interessante, non è vero? fatta forse la debita eccezione per le sanguisughe….

    Wedderburn meditò ancora, e guardando l’orologio:

    — Otto e ventitrè, – disse – Piglierò il treno delle undici e tre quarti, ho dunque più tempo del necessario. Metterò la giacca di alpacanota 3, il cappello a cencio grigio e lo scarpe gialle. Credo che….

    S’interruppe; osservò dalla finestra il cielo sereno ed illuminato da un bel sole, parve incerto, e guardò sua cugina quasi volesse interrogarla.

    — Fareste meglio, credo, a portare l’ombrello se andate a Londra, – diss’ella con un tono che non ammetteva replica. – Il tempo può cambiare prima del vostro ritorno….

    Quando tornò, egli era in uno stato di dolce agitazione: aveva fatto un acquisto.

    Raramente riusciva ad offrire in tempo un prezzo nelle vendite all’incanto, ma questa, volta l’aveva spuntata.

    — Sono delle «Vandas», – esclamò, – poi vi è un «Dendrobium», e qualche «Palaenophis».

    E mangiando la minestra osservava con dolce soddisfazione i suoi acquisti.

    Aveva posto i fiori sulla candida tovaglia, e narrava la loro istoria alla cugina, divagandosi e dimenticando il rimanente del pranzo.

    Era la sua abitudine, la sera, quando ritornava da

    Londra, di narrare minutamente tutto quello che gli era successo perdendosi nei particolari, e parlava per divertire la cugina e anche un po’ sè stesso.

    — Lo dicevo che mi sarebbe successo qualcosa oggi! Ecco: ho comperato tutta questa roba! Fra questi fiori ve ne saranno, voi mi capite, ve ne saranno degli straordinari, ne sono certo. Ignoro come ciò possa essere, ma ne sono certo come se qualcuno me lo avesse detto; ve ne saranno degli straordinari! Questo qui, – ed indicava un «rizoma»nota 4 completamente rugoso, – non è classificato. Può essere un «Palaenophis», od altra cosa. È possibile che sia una nuova specie, od anche un nuovo generenota 5. È l’ultimo fiore che il povero Batten ha raccolto.

    — Non mi garba il suo aspetto, – disse la governante, – ha una forma ripugnante.

    — Per conto mio non ha neppure forma!

    — Osservate quei cordoncini, quelle zampe ripiegate che si distaccano da quel corpo!

    — Domani lo metterò in un vaso.

    — Ha l’aspetto d’un ragno che fa il morto. Wedderburn sorrise, ed incominciò ad esaminare la radice.

    — Non è certamente un bel campione: ma non si può mai fare un giudizio su questi fiori quando sono secchi. Può diventare un’orchidea bellissima. Domani sarò occupatissimo. Questa notte rifletterò; e domattina mi metterò all’opera. Figuratevi, – continuò a dire, – che hanno trovato il povero Batten, morto o moribondo, in una palude, non ne ricordo il nome, e precisamente con una di queste orchidee sotto il corpo. Egli era sofferente da parecchi giorni per febbre di malaria, e per la grande debolezza svenne. Quelle paludi sono assai malsane! Tutto il sangue di quel disgraziato fu succhiato fino all’ultima goccia dalle sanguisughe. Forse è stata la ricerca di questa pianta che gli costò la vita. Non posso pronosticarne niente di meglio! – In fine de’ conti, gli uomini devono lavorare, anche quando le donne piangono, – sentenziò Wedderbrun. – È assai bizzarro andare a cercare la morte in una palude pestilenziale, lontano da tutte le comodità della vita! Assai bizzarro l’essere ammalato di febbre senza poter mangiare altro che del chinino, senz’altra compagnia che quella di orribili selvaggi. Dicono che gli indigeni delle isole Andaman sono esseri ributtanti, in ogni caso non avendo essi ricevuto educazione alcuna, difficilmente possono fare da infermieri! E tutto ciò per fornire l’Inghilterra d’orchidee! Non credo che la cosa riesca facile e comoda; ma vi sono degli uomini che ci prendono gusto al pericolo! Però bisogna convenire che quei selvaggi furono abbastanza civili per prendere cura delle collezioni di quel disgraziato, e rimetterle nelle mani di un suo collega, un ornitologo che faceva ritorno, poco dopo l’accaduto, dall’interno dell’isola. Ma non seppero dire il nome dell’orchidea, ed il peggio si è che l’avevano lasciata appassire. Ecco quello che reca a questa pianta un particolare e strano interesse.

    — Vale a dire che ciò la rende ributtante! Io avrei paura che queste piante portino la malaria! Ricordatevi che vi era un cadavere su questa brutta cosa! Io non ci avevo pensato ancora! Ed ora mi è impossibile d’ingoiare un boccone!

    — Ebbene, se volete, toglierò questi fiori di qui e li porrò nel vano della finestra. Li vedrò benissimo anche là….

    . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

    I giorni seguenti Winter li passò quasi interamente nel nel piccolo tepidario saturo di denso vapore. Tutta la sua attenzione fu concentrata sul carbone, sulla borraccina, infine su tutte le misteriose cure d’un allevatore di orchidee. Egli credevasi sempre alla vigilia di un giorno fecondo di avvenimenti meravigliosi. Ed allora ne avrebbe parlato, agli amici suoi, di questa nuova specie di orchidee!

    Malgrado le cure assidue e minuziose, molte «Vandas» e «Dendrobium» morirono; ma, la strana orchidea invece cominciò a dare segni di vita. Allora Wedderburn andò in estasi e distolse la governante dalla fabbricazione di frutta in conserva, per obbligarla ad osservare la strana pianta.

    — Questa è la gemma, – diss’egli, – e fra poco nasceranno delle foglioline. Queste piccole cosine che crescono qui, saranno radici aeree od avventizie.

    — Mi paiono delle piccole dita bianche, e non mi garbano affatto affatto!

    — E perchè non vi piacciono?

    — Non lo so spiegare. Ma paiono proprio delle dita che vogliano afferrarmi. Non si possono spiegare certe simpatie od antipatie.

    — Non posso affermarlo, ma non credo che vi sia altra specie d’orchidee che abbia radici aeree come questa. Può essere un’idea mia; ma osservate queste radici, esse hanno le estremità piatte, anzichè rotonde.

    — Non mi garbano affatto affatto, – ripose la governante rabbrividendo e volgendo altrove lo sguardo. – Sarà ridicolo da parte mia; ma davvero sono crucciata di vedervi intestato in quella cosaccia! Non posso fare a meno di pensare al cadavere!

    — Ma nessuno mi ha accertato che proprio questa pianta fosse rimasta sotto il cadavere! Era una semplice mia supposizione.

    La governante fece una spallucciata.

    — In ogni caso, – ripetè ancora, – a me non garba affatto affatto!

    Wedderburn parve un po’ offeso per tale e tanta ripugnanza. Ma ciò non gli impedì di parlare a sua cugina delle orchidee in generale, e di questa e di quella in particolare, tutte le volte che gli capitò l’occasione o che ne ebbe il desiderio….

    — Vi sono nelle orchidee delle cose assai strane, – incominciò egli a dire un giorno. – vi possono capitare delle improvvisate, alle quali siete lungi dal pensare. Voi sapete benissimo che Darwin studiò la loro riproduzione e che ha dimostrato essere la struttura del fiore ordinario atta a permettere alle farfalle il trasporto del polline da una pianta all’altra. Ebbene, io credo che vi sono delle specie che non si prestano a tale modo di fecondazione. Per esempio, alcune «Cypripediums» non possono essere fecondate da nessun insetto, e molte di esse furono trovate prive di seme.

    — Ma allora donde provengono le pianticelle?

    — Dai germogli e dai tubercoli, e da questi piccoli rampolli. Ciò si spiega facilmente. L’enigma sta nel sapere a che serve il fiore. Ora, molto probabilmente, la «mia orchidea» desta per tal cagione un interesse straordinario. Ho spesso avuto in mente di rinnovare le ricerche di Darwin; ma fino ad ora non ne ho avuto il tempo. Le foglie incominciano a svilupparsi. Ve ne prego, venite a vederle!

    Ma la governante dichiarò che il tepidario aveva una temperatura che le avrebbe cagionato dolori di capo. D’altronde aveva visto la pianta da poco tempo; e le radici avventizie, alcune delle quali avevano la lunghezza d’un piede, le incutevano terrore. Le parevano dei tentacoli avidi di afferrare la gente! E vedeva questi tentacoli crescere verso di lei con una rapidità prodigiosa. Ed aveva giurato a sè stessa di non mai più rivedere quella brutta pianta. Andasse Wedderburn ad ammirarne le foglie.

    E queste foglie erano di grossezza comune, ma di colore verde brillante, macchiate da puntolini rossi. Egli non aveva sentito parlare di foglie simili. La pianta dell’orchidea era stata collocata sopra una panca piuttosto bassa, fra il termometro ed il serbatoio dell’acqua calda, dal quale serbatoio sfuggiva, per una cannella, l’acqua goccia a goccia per impregnare d’umidità l’atmosfera del tepidario. E Wedderburn passava regolarmente ed interamente le sue giornate ad osservare i progressi della fioritura di quella strana pianta.

    Finalmente giunse il gran giorno. Appena Wedderburn entrò nel tepidario, si accorse che il fiore era sbocciato, benchè il grande «Palaenophis Lown» nascondesse colle sue foglie il nuovo favorito. Ed era perchè un odore nuovo, un soave profumo, penetrante, inebbriante, dominante tutti gli altri profumi, imbalsamava l’atmosfera di quella piccola casa di vetro ingombra di piante.

    Wedderburn rimase in estasi innanzi al nuovo prestigio: al posto dei bottoni verdi che quasi toccavano terra, vi erano tre grandi fiori, dai quali si sprigionava quel profumo così intenso.

    I fiori erano bianchi con strie di color rancio dorato sui petali; il pesante «labellum» era arrotolato in modo assai strano, e meravigliose tinte celesti e porporine si intrecciavano coll’oro.

    Wedderburn si accorse subito che tal genere di fiore era assolutamente nuovo. E quel profumo! Quel profumo insopportabile…. e quell’ambiente caldo! I fiori gli si sviluppavano sotto gli occhi!

    Egli volle osservare la temperatura, fece per avvicinarsi al termometro; ma improvvisamente vide vacillare gli oggetti circostanti. I mattoni del pavimento ballavano in tutte le direzioni, i fiori bianchi, le foglie verdi, il tepidario stesso, parevano fuggire, descrivendo una curva verso il cielo….

    Alle quattro e mezzo, la cugina apparecchio il tè, secondo il solito; ma Wedderburn non si fece vedere.

    — È ancora in adorazione della sua orribile pianta, – pensò ella, ed aspettò qualche minuto… – Forse avrà l’orologio fermo, andrò a cercarlo.

    Si recò direttamente al tepidario, ed aprendo la porta lo chiamò. Non ebbe risposta, però s’accorse che l’atmosfera era pesante e satura d’un odore fortissimo; e vide per terra, fra i tubi dell’acqua calda, un corpo disteso. Rimase immobile e stupefatta: doveva essere lui certamente, disteso supino a terra, vicino alla strana orchidea. Le radici avventizie non si dondolavano più liberamente nell’aria a somiglianza di tentacoli; si erano intrecciate, e le loro estremità erano strettamente applicate al mento, al collo ed alle mani di Wedderburn.

    La governante in sulle prime non capì bene di che si trattasse: ma avvicinandosi tremante si accorse che al disotto dei tentacoli appoggiati alla guancia sgorgava un sottile filo di sangue. Diè un urlo e si precipitò su Wedderburn; provò a liberarlo da quelle strane e terribili sanguisughe; spezzando subito due tentacoli dai quali sgocciolò un succo rosso. L’odore opprimente del fiore incominciò a farle girare la testa, cercò di strappare le radici che ancora si avviticchiavano con forza alle carni del disgraziato; ma sentendosi venir meno, aprì precipitosamente la porta più vicina, e fuggì all’aperto.

    L’aria fresca la rianimò, e senza por tempo in mezzo afferrò un vaso di fiori e lo lanciò contro i vetri, all’estremità opposta del tepidario per provocare un riscontro. Rientrò quindi nel tepidario, presso Wedderburn che giaceva ancora avviticchiato da quelle strane e pur terribili ridici. Con uno sforzo disperato la povera donna trascinò fuori corpo e pianta insieme, e quando fu all’aria libera, in breve tempo potè liberare il disgraziato da quelle sanguisughe vegetali e gettare quella malaugurata pianta nel tepidario.

    Wedderburn era livido, ed aveva sul viso e sulle mani numerose e sanguinolenti piaghe di forma circolare.

    Il rumore dei vetri spezzati aveva fatto accorrere nel giardino un domestico, il quale, vedendo la governante colle mani macchiate di sangue vicino al corpo del padrone non poteva davvero credere ai suoi occhi, e gli balenò uno strano e terribile sospetto.

    — Portate subito dell’acqua, – gridò la donna, e queste parole rassicurarono totalmente il buon domestico.

    Quando tornò con l’acqua, la governante, colle lagrime agli occhi, asciugava il viso insanguinato del povero Wedderburn.

    — Che cos’è successo? – domandò quest’ultimo aprendo un po’ gli occhi e richiudendoli subito.

    — Chiamate Anna, andate dal dottore Haddon, e ditegli di recarsi subito qui, – ordinò la governante al domestico. – In quanto a voi, – soggiunse, rivolgendosi a Wedderburn, – narrerò tutto, appena potrete udirmi.

    Dopo qualche minuto, Wedderburn aprì nuovamente gli occhi, ma pareva assai turbato e non poteva capire quello che gli era successo, e come mai fosse lì disteso in terra.

    — Siete svenuto nel tepidario! – gli disse allora sua cugina vedendo il turbamento del pover’uomo.

    — E la mia orchidea?

    — A quella ci penserò io!

    Wedderburn aveva perso gran copia di sangue; ma fortunatamente per lui, non aveva riportato altro malanno da quella strana avventura.

    Una tazza di brodo con un po’ di «brandy» valsero a ristorarlo. Il dottore appena giunto ordinò che lo si trasportasse nel letto per maggior precauzione.

    Allora la governante narrò alla meglio al dottore Haddon quella incredibile storia.

    — Venite nel tepidario e vedrete, – diss’ella.

    L’aria fresca era penetrata dalla porta spalancata, e l’odore malsano era quasi scomparso. Molte delle radici aeree giacevano appassite sui mattoni chiazzati qua e là da goccie di sangue. Il fusto della pianta si era spezzato nella caduta, ed i fiori erano diventati scuri e molli sull’orlo dei petali. Il dottore si chinò; ma vide che una di quelle radici si muoveva debolmente e stimò più prudente l’uscire dal tepidario.

    . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

    All’indomani, la strana orchidea giaceva sempre al medesimo posto; ma era diventata nera e quasi in decomposizione. Il vento del mattino sbatteva di tanto in tanto le porte del tepidario, e tutta la collezione di Orchidee di Wedderburn era oramai sciupata, raggrinzita, gelata; ma Wedderburn era in piedi; guarito, raggiante, loquace e desideroso di narrare la sua strana avventura.

    Fine.

    nota 1 – Labellum, formazione labbriforme. Il petalo mediano diviso in tre lobi, che forma il labbro inferiore della corolla dell’orchidea.

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    nota 2 – Isole Andamane nel golfo del Bengala.

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    nota 3 – Alpaca. Stoffa dì lana leggera e liscia che si tesse col pelo dell’Auchenia, che è un mammifero affine al cammello, proprio dell’America meridionale. (*Nota del Trad.*).

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    nota 4 – Rizoma. Fusto sotterraneo legnoso. (*Nota del Trad.*).

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    nota 5 – La famiglia delle orchidee, la più numerosa dei Monocotiledoni, comprende 334 generi, e circa 5000 specie.

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    LIBRO PARLATO:

    VOCE: Fiorenza Auriemma

    DATA: 03/10/2025

    QUESTO E-BOOK:

    TITOLO: Un’orchidea straordinaria

    AUTORE: Wells, Herbert George

    DIRITTI D'AUTORE: no

    LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet:

    https://liberliber.it/opere/libri/licenze/

    TRATTO DA: Novelle straordinarie / H. G. Wells ; [illustrazioni di Celso Ondano]. - Milano : Fratelli Treves, 1905. - 211 p., [10] c. di tav. : ill. ; 27 cm.

    SOGGETTO:

    FIC029000 FICTION / Brevi Racconti (autori singoli)

    FIC028040 FICTION / Fantascienza / Brevi Racconti
  • Pagina Tre

    “Funghi rossi” di H. G. Wells

    03/10/2025 | 22 min
    Funghi rossi

    di

    H. G. Wells

    tempo di lettura: 13 minuti

    Il signor Coombes ne aveva abbastanza della vita!

    Uscì di casa di pessimo umore, infilò il viottolo del gazometro per evitare la città, e per il ponte di legno che attraversa il canale di Starling, s’inoltrò nella pineta, solo, lontano dai rumori, lontano dagli sguardi umani.

    — Così non la può durare! – esclamò, e giù una filza di bestemmie.

    Il signor Coombes era un omino pallido, pallido, con occhi e baffi nerissimi, portava un solino sfilacciato e stretto, un logoro soprabito guernito di astrakan, ed un vecchio paio di guanti lucidi lucidi colle dita bucate.

    Egli aveva un aspetto marziale! così almeno diceva sua moglie ne’ giorni felici, cioè prima del matrimonio! Ora invece lo chiamava «tisicuzzo» e non era il solo epiteto che giornalmente gli gratificava.

    Quel giorno la lite era scoppiata, come al solito, in grazia a quella sciocca di Jenny.

    Jenny era l’amica della signora Coombes, veniva a pranzo ogni domenica senza essere invitata dal padrone di casa, e per di più faceva un baccano indiavolato. Era una ragazzona volgare, dal riso stridente e sempre vestita con colori vivaci e di pessimo gusto. Per colmo d’indiscrezione quella domenica, aveva condotto seco un giovane volgare e chiassone al pari di lei.

    Durante il pranzo, il signor Coombes era rimasto muto e rigido nel suo abito da festa, e col solino sfilacciato. Era rimasto silenzioso ed ammusonito, mentre la signora Coombes e gli ospiti suoi discorrevano di cose sciocche e scollacciate facendo le più matte risate.

    Ma appena terminato il pranzo, quando Jenny si pose al pianoforte ed incominciò a cantare a voce spiegata delle canzoni poco decenti, il signor Coombes non potè rimanere più a lungo nel suo silenzio forzato ed incominciò a brontolare a bassa voce.

    Infatti come avrebbe egli potuto sopportare un tal modo di agire! Cosa avrebbero detto e pensato i vicini, di quel pandemonio e di quelle canzoni! La famiglia Coombes era dunque una famiglia di libertini? Di scostumati? in tal modo non si poteva andare avanti! Bisognava porvi un rimedio! Ed il pover’uomo impallidì, una mano di ferro gli troncò il respiro; e poichè il nuovo ospite si ora impadronito del suo seggiolone favorito, tremante di rabbia e di emozione, si pose a sedere sopra una seggiola accanto alla finestra e con voce rauca e strozzata, esclamò:

    — Domenica! È domenica oggi! E questo canto non mi garba!

    Ma Jenny seguitò a cantare, e la signora Coombes che sfogliava dei quaderni di musica ammucchiati sul pianoforte, guardò suo marito con occhi pieni di meraviglia dicendo:

    — Ebbene? È proibito divertirsi appunto la domenica?

    — Non vi è alcun male, se vi divertite a modo; ma certe canzonette…. – rispose Coombes.

    — Che male c’è! – interruppe Jenny, volgendosi di botto sul sedile del pianoforte.

    Coombes capì che vi era burrasca per aria; ma non volle ritirarsi, anzi aprì il fuoco con maggior forza, come spesso succede alle persone nervose e timide.

    — Non sciupate quel sedile! – esclamò con forza, – esso non è fatto pei grossi pesi!

    — Che c’entra il peso? – rimbeccò Jenny indispettita; – voi facevate la critica al mio canto!… seguitate, seguitate!

    — Ho paura che vogliate sopprimere la musica alla domenica! – esclamò il nuovo ospite sorridendo beffardamente e affondandosi nel seggiolone.

    — Non date retta a mio marito, Jenny, seguitate a cantare, – disse la signora Coombes.

    — Avete indovinato, caro signore, – disse ironicamente Coombes; – voglio sopprimere la musica alla domenica.

    — E si può sapere il perchè? – chiese ancor più ironicamente il nuovo ospite che provava un gran gusto a stuzzicare il prossimo, colla speranza di far nascere una discussione.

    — Perchè, – principiò a dire Coombes, – perchè voglio che sia così!… Io sono commerciante e debbo pensare alla mia clientela!…

    — La sua clientela! – interruppe la signora Coombes con disprezzo; – egli non sa dire altro che: «Noi dobbiamo far questo, far quello, per la nostra clientela!»

    — Se a voi non garba, o non garbava la mia clientela, non dovevate sposarmi!

    — Strana osservazione! – esclamò Jenny.

    — Non ho mai visto un uomo simile! Voi avete completamente cambiato carattere dal giorno del nostro matrimonio, prima eravate….

    Ma qui Jenny incominciò di nuovo a suonare ed a cantare, ed allora Coombes furibondo urlò più che non disse:

    — Basta! basta! Non voglio più sentir nè suoni nè canti!

    — Non fate scandali, – disse il nuovo ospite.

    — Ma cosa siete voi qui dentro! – urlò Coombes al colmo della collera, – chi ha chiesto il vostro parere?

    Ed allora cominciarono a gridare tutti e quattro insieme.

    Il nuovo ospite dichiarò che Jenny era la sua fidanzata, e che egli aveva il dovere di proteggerla. A ciò Coombes replicò che tale linguaggio lo poteva tener fuori, ma non in casa sua; e la signora Coombes saltò su a dire che suo marito avrebbe dovuto vergognarsi d’insultar in tal modo gli ospiti.

    Il signor Coombes tagliò corto e pregò tutti di andarsene, ma nessuno si mosse. Il povero diavolo dichiarò allora che se ne sarebbe andato egli stesso, e col viso infuocato, le lagrime agli occhi per la rabbia, entrò nel corridoio, infilò il paletò, afferrò il cappello, e mentre Jenny picchiava sul pianoforte e cantava a squarciagola sbattè la porta con tale forza da far tremare le fondamenta ed uscì nella strada deserta per calmare l’animo in tempesta. Voi capite or dunque, perchè egli era disgustato della vita.

    Percorrendo il sentiero umido sotto gli abeti (era la fine di ottobre) il disgraziato attraversò il fosso pieno di rami e di foglie secche, pensando alla malinconica storia del suo matrimonio, una storia breve e comune!

    Egli vedeva chiaramente che sua moglie l’aveva sposato per togliersi alla vita del laboratorio; ma che proprio l’amore non vi era entrato per nulla. E questa donna, come tutte quelle della sua condizione, era troppo ignorante per capire quali fossero il suoi doveri e per aiutare il marito negli affari; era una natura avida di piaceri, chiacchierona, tutto amore per la società, irritata di veder sempre intorno a sè la mancanza di agiatezza; ed il mal umore del marito le stirava i nervi. Al primo tentativo di ridurre quella donna essa si era ribellata energicamente ed aveva incominciato la sua solita litania di epiteti e di rimproveri ingiusti.

    Coombes era un gran brav’uomo, inoffensivo, abituato a rimaner nel suo cantuccio, e così poco disposto a rimbeccare, che si sentiva subito preso da una grande prostrazione e ingoiava…. Poi arrivava Jenny, mefistofele in gonnella, cronaca vivente del vicinato che chiedeva sempre al signor Coombcs d’andare al teatro, di qua, di là, dappertutto, dove poteva incontrare cugini, parenti; pareva prender gusto nel divorare il danaro del poveretto, a gettargli in viso delle insolenze, e a metter sottosopra la sua sistematica esistenza.

    Non era la prima volta che il signor Coombes scappava da casa sua cogli occhi fuor del capo, infuriato e spaventato, gridando, bestemmiando che era giunta la fine di quella vitaccia! Mai però era stato così stanco della sua esistenza come questa volta, forse la digestione ed il cupo colore del cielo entravano per qualche cosa nella sua disperazione. Egli presentiva, come conseguenza del suo matrimonio, la rovina del suo commercio, il fallimento ed allora…. Allora sua moglie avrebbe recitato il «mea culpa» ma troppo tardi!

    Egli non era altro che un piccolo bottegaio, con un meschino capitale tutto impiegato nel commercio, e se sua moglie non cacciava via dal capo tutte le fisime e i capricci, egli correva il rischio di ridursi alla miseria. Non poteva permettersi il lusso del divorzio, era al disopra de’ suoi mezzi, così bisognava intisichire accanto a quella donna, che lo dileggiava senza pietà.

    La cosa volgeva al tragico.

    I muratori bastonano le loro mogli, gli arciduchi non fanno di meglio, ma al piccolo impiegato, al meschino bottegaio non rimane che segarsi la gola!

    Non vi è dunque da far meraviglia, se il signor Coombes per un minuto abbia sentito infiltrarsi nel cervello questi cupi pensieri, ventilando la questione fra il rasoio ed il revolver, colla relativa lettera sentimentale al questore per chiedere perdono.

    Dopo un po’ il furore fece posto ai pensieri malinconici. Pensare che egli aveva preso moglie con quel so- prabito, con quell’abito! Rifece la sua storia fino al gior- no in cui si era innamorato, quando gli era venuto in mente di ammogliarsi, l’economia a cui si era assogget- tato per effettuare il suo sogno. E poi a che cosa era riu- scito? Non vi era dunque lassù il buon Dio? E qui le idee di morte fecero ancora ressa nel suo cervello.

    Pensò al canale, che aveva attraversato, e gli parve di potervisi gettare a capo fitto e finirla così una buona volta; ma, mentre progettava d’annegarsi, ecco che gli cadde sott’occhio un fungo; lo fissò macchinalmente a tutta prima, poi riflette e si chinò per coglierlo, scambiandolo per una borsa di pelle, s’accorse che era la capocchia rossiccia d’un fungo, lucida, bavosa, d’un odore acre. La fatalità aveva fatto nascere sul suo sentiero funghi rossi di ogni grandezza ovunque posava lo sguardo, di qua, di là, dappertutto funghi rossi!

    L’idea, del veleno gli balenò nella mente. Ne staccò un pezzo. La polpa era biancastra, ma non tardò a cambiarsi in giallo verdognolo. Per meglio persuadersi ne staccò due altri pezzi, ma anch’essi fecero lo stesso cambiamento, erano dunque velenosi; suo padre glie ne aveva spesso parlato, dipingendoli pieni di veleno potente.

    — Non bisogna mai rimandare al domani una decisione, presa oggi, – pensò tra sè il signor Coombes. – Egli ne assaggiò un piccolo pezzettino, quasi un briciolo. Il gusto era così acre, che fu lì lì per sputarlo, ma si trattenne, egli sentì una sensazione di calore, poi la bocca impastata come se avesse mangiato della senape.

    Ma il gusto in fondo non era cattivo; ne mangiò un altro pezzo, no, non era cattivo; egli voleva finirla, e inghiottì un altro pezzo ancora. Subito sentì delle punture nelle dita, il polso si mise a battere forte forte, ed incominciarono a ronzargli le orecchie.

    — Proverò a mangiarne ancora, – mormorò il signor Coombes, si guardò attorno, volle muoversi; ma le gambe mal lo reggevano. Fece uno sforzo per raggiungere un altro bel fungo rosso.

    — Bello! bello! – borbottò stupidamente, – bisogna che lo mangi.

    Fece un passo avanti, barcollò e cadde lungo e disteso col naso contro terra e svenne.

    Ritornò in sè poco dopo e si rialzò. Il cappello era andato a finire nel fosso. Dapprima i suoi pensieri lentamente si muovevano confusi, intralciati: poco a poco si schiarirono ed una gran gioia gli invase il cuore. Si sentì leggero, gaio; aveva la gola in fuoco; ma il cuore giocondo, scoppiò dal ridere. Era pazzo? neppure lui ce lo avrebbe potuto dire! La memoria gli ritornò, ma non potè ben precisare le sue idee. Si ricordava che egli aveva avuto dei dispiaceri a casa sua, perchè gli altri volevano divertirsi. Ma sì! costoro avevano ragione; ma bisogna farsi del buon sangue quaggiù! Ma egli ritornerebbe a casa, farebbe la pace, e perchè non porterebbe con sè uno di quei funghi per farli assaggiare? Che stupido! Egli si era mostrato sempre imbronciato, brontolone, ah! ne farebbe ammenda! Sarebbe assai comico il rivoltare le maniche del soprabito e infilare un ramo di ginestra dorata nella tasca del panciotto? Sì, egli vi entrerebbe così, e cantando, passerebbe una lieta serata.

    Dopo la partenza del signor Coombes, Jenny cessò di suonare il pianoforte:

    — Oh! che scene per una sciocchezza! Oh! signor Clarence, che pazienza mi ci è voluta!

    Il signor Clarence era il nuovo ospite.

    — È un po’ vivace, – rispose sentenziosamente l’interpellato.

    — Egli non ha il minimo sentimento della sua posizione; ecco ciò che mi affligge; il suo mondo è quel buco oscuro della sua bottega, – sospirò la signora Coombes. – Se domando qualche cosa per essere vestita decentemente, se oltrepasso le spese fissate per la casa, eccolo alle cattive parole. «Fate economia», grida di giorno e dice sognando alla notte! Una volta gli saltò il capriccio di farci mangiare della margarina, già non sono così matta da fargli vedere i conti.

    — Avete ragione, – approvò Jenny.

    — Quando un uomo ama una donna, – continuò il signor Clarence sdraiato nel suo seggiolone, – deve essere pronto a fare dei sacrifici. In quanto a me non prenderò moglie (e fissava Jenny) finchè non potrò fare le cose a modo; sarà egoismo; ma l’uomo non ha il diritto di trascinare una donna nella miseria!

    — Non sono del vostro parere, – disse Jenny, – una moglie può benissimo venire in aiuto del marito purchè questi non la scambi per una serva.

    — Sono stata una stupida a sposare quest’uomo; – ribattè la signora Coombes, – figuratevi, che se non c’era mio padre, non avremmo neanche avuto la vettura il giorno delle nozze!

    — Ma come mai si è piegato a far questa spesa? – domandò il signor Clarence.

    — Ma…. È stato un vero miracolo! Oh! certo non avrebbe mai preso una serva per aiutarmi una volta alla settimana! Mi mette sempre i suoi conti sotto al naso: teme sempre di non arrivare alla fine dell’anno: ma io glie ne dico di cotte e di crude! Non dovevate sposare una donna come me; per voi, vi ci voleva una schiava.

    E la signora Coombes, sospirando e invocando il cielo, incominciò a preparare il tè, mentre Jenny si pose a sedere sul bracciale del seggiolone nel quale tranquillamente fumava il signor Clarence.

    Dopo un po’ di tempo parve loro sentire un rumore di passi.

    — È mio marito! se n’è andato furioso come un leone e torna quieto come un agnello, – esclamò la signora Coombes.

    S’udì sbattere una sedia in terra, poi un rumore di passi, e finalmente apparve sull’uscio il signor Coombes.

    Era completamente sfigurato, il colletto della camicia penzolante, il cappello coperto di funghi; l’abito al rovescio; ed un ramo di ginestra al panciotto. Ma ciò era nulla, in confronto della sua fisonomia: aveva gli occhi smisuratamente allargati e le labbra azzurrognole atteggiate in una smorfia lugubre.

    — Oh!? dell’allegria qui? – fece il signor Coombes. E spiccando un salto salutò, facendo un profondo inchino. La signora Coombes diè un urlo, il signor Clarence rimase pietrificato.

    — È ubbriaco?! – esclamò Jenny. – Ma gli ubbriachi non hanno una faccia simile, nè simili occhi!

    Coombes offrì al signor Clarence una manciata di funghi, dicendogli: «Assaggiate e poi vedrete!» Ma vedendo la faccia stupita del nuovo ospite d’un lampo passò dalla gioia più franca al furore più minaccioso. Parve ricordarsi di ciò che era avvenuto e con voce tonante gridò:

    — Sono il padrone qui dentro, mangiate! – e gli mise i funghi sotto al viso.

    Clarence ebbe paura, si alzò di botto e si trincerò dietro il seggiolone, ma il signor Coombes più svelto di lui gli si avventò addosso mentre Jenny d’un balzo fu sull’uscio seguita dalla signora Coombes. Clarence tentò allora di svincolarsi, ma invano perchè l’altro lo teneva abbracciato stretto stretto, cercando con una mano di cacciargli i funghi in bocca.

    Lottarono così per qualche minuto, finalmente Clarence con uno sforzo supremo si svincolò, die’ uno spintone al suo avversario, fuggì nel corridoio, e si rifugiò in cucina urlando:

    — Chiudetelo dentro! Chiudetelo dentro!

    Tutta tremante, la signora Coombes scappò in camera sua, rinchiudendovisi a chiave, mentre Jenny si nascondeva in bottega.

    Allora il nuovo apostolo dell’allegria corse nel corridoio sempre coi suoi funghi. Dopo avere alquanto titubato sulla direzione da prendere si decise per la cucina. Clarence che non era riuscito a dare un giro di chiave, scappò nella dispensa.

    Ora è difficile narrare quanto successe, perchè il signor Clarence è stato molto parco d’informazioni intorno a quest’incidente. Quello che noi sappiamo di certo, è che la collera di Coombes cadde come per incanto; ma a dire il vero vi erano proprio sul tavolo, certi coltellacci che persuasero forse il Clarence a fare quanto l’altro voleva onde evitare un ripiglio di furore che poteva condurre ad una tragedia.

    Ed infatti egli fu obbligato e svestisi, fu conciato coi funghi nei capelli e nella faccia, e poi cacciato fuori in quello stato dalla porticina nel giardino.

    Manco a dirlo, la signora Coombes e Jenny non si erano mosse dal loro rispettivo asilo, e tremanti aspettavano forse il loro turno; ma Coombes soddisfatto e calmo ritornò in cucina, dove, quantunque buon cristiano, bevette cinque bottiglie di quella birra forte, che la moglie aveva, col pretesto che erano necessarie alla sua salute, fatto venire per sè sola.

    Quindi ruppe il collo delle bottiglie, fece volare per aria parecchi piatti, cantò alcune romanze allegre, si tagliò un dito con un pezzo di bottiglia…. e questo fu il solo sangue versato…. poi cadde lungo disteso in terra e si addormentò d’un sonno profondo e riparatore.

    ***

    Cinque anni dopo, appunto di domenica, in un bel pomeriggio di ottobre, il signor Coombes passeggiava nella pineta al di là del canale.

    Era sempre l’uomo che abbiamo dipinto al principio di questa storia, pallido pallido, con occhi e baffi nerissimi, ma aveva un solino nuovo ed il soprabito col bavero di velluto, ed i guanti erano quasi nuovi. Una certa fierezza nelle movenze dimostrava un uomo contento di sè: aveva fatto affari, aveva allora tre impiegati! Gli camminava a fianco un suo fratello Tommaso giunto da poco dall’Australia: parlavano d’affari e il signor Coombes faceva la sua esposizione finanziaria.

    — Oh! ci sono risorse nel commercio, – diceva Tommaso, – e tu sei ben fortunato di avere una donna che ti aiuta!

    — Ma non è sempre stato così: oh! le donne sono delle strane creature! Mia moglie una volta era stravagante ed io troppo compiacente, ella credeva di poter fare la gran dama. La mia casa era un albergo. C’era sempre un’amica, il cavalier servente dell’amica, e poi alla domenica baraonda completa: il mio povero commercio andava a rotta di collo e mia moglie faceva l’occhiolino ai giovanotti. Predicavo, ma inutilmente, finalmente le cose giunsero all’estremo: ella mi credeva un buon diavolo, incapace di andare in collera. Vedi, le donne come la mia non rispettano il marito se non quando ne hanno paura. Un giorno viene a casa la sua amica Jenny, il fidanzato l’accompagnava. Scoppiò una questione ed io, per l’amor della pace, via pei campi! Venni qui ruminando ciò che dovevo fare. Ritornai a casa e maltrattai i miei convitati, bastonai mia moglie, feci tutti i diavoli, ruppi quanto mi veniva in mano: cantai, gridai, insomma un finimondo! Mia moglie scappò in camera e rimase là rintanata. L’indomani le dissi: avete visto come sono quando vado sulle furie? Vi ho dato una lezione!

    — E da quel giorno sei sempre stato felice? – domandò Tommaso.

    — Sempre! ma se non facevo la sfuriata sarei ora un povero diavolo rovinato da capo a piedi, avrei avuto tutta la famiglia di mia moglie contro di me, invece ora mi fanno il viso dolce e tutto va benone!

    I due fratelli fecero un pezzo di strada in silenzio.

    — Le donne sono delle strane creature, – osservò Tommaso. – Sono velenose ed inutili, – continuò a dire osservandolo.

    — Velenose sì, ma inutili forse no! – rispose Coombes.

    E questo fu tutto il ringraziamento, che ebbero i funghi!… E pensare che erano stati proprio i funghi che l’avevano reso capace di un’azione decisiva, tale da cambiare tutta la sua esistenza.

    Fine.

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    LIBRO PARLATO:

    VOCE: Fiorenza Auriemma

    DATA: 03/10/2025

    QUESTO E-BOOK:

    TITOLO: Funghi rossi

    AUTORE: Wells, Herbert George

    DIRITTI D'AUTORE: no

    LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet:

    https://liberliber.it/opere/libri/licenze/

    TRATTO DA: Novelle straordinarie / H. G. Wells ; [illustrazioni di Celso Ondano]. - Milano : Fratelli Treves, 1905. - 211 p., [10] c. di tav. : ill. ; 27 cm.

    SOGGETTO:

    FIC029000 FICTION / Brevi Racconti (autori singoli)

    FIC028040 FICTION / Fantascienza / Brevi Racconti
  • Pagina Tre

    “Il sole nascosto” di Gemma Ferruggia

    12/7/2024 | 4 min
    Gemma Ferruggia scrisse questo romanzo nel 1919, appena dopo la fine della prima guerra mondiale. L’autrice racconta una storia d’amore, e come si scoprirà nel corso della narrazione, adulterino, nella cornice storica del primo conflitto mondiale.

    La struttura del romanzo presenta delle particolarità, nel senso che la narrazione inizia con due capitoli, dal titolo eloquente, che sono come una sorta di preambolo di tutta la narrazione successiva, mentre la vicenda vera e propria si sviluppa nei successivi quattro capitoli.

    In questi due capitoli non viene svelata la vera identità dei due protagonisti, che si definiscono come “Anima” e “Cuore”. Si sa che il protagonista maschile, “Cuore”, era impegnato nel conflitto come ufficiale degli Arditi.

    E l’incipit preannuncia già quale sarà l’approccio e lo sviluppo della narrazione:

    “La stanza, in cui entro, con passo risoluto e leggero, un passo senza eco, non ha pareti. È nell’infinito.”

    Appena dopo l’autrice spiegherà il significato di questa frase.

    “Varcando la soglia — dove la fantasia ha posto l’Arcangelo dalla spada fiammeggiante — sono da qualche minuto entrata nello sconfinato orizzonte dell’anima mia.”

    Il romanzo gioca in tutto il suo svolgersi, sul binomio “Anima” e “Cuore”, come se fossero le due facce di una stessa medaglia. L’autrice dirà nel Commiato conclusivo che nella loro diversità i due protagonisti, senza rendersi conto di ciò, erano “Uno”.

    Il vero nome dei due protagonisti principali verrà svelato solo dopo questa sorta di preambolo.

    I due capitoli iniziali sono raccontati in prima persona dai due protagonisti principali. Il primo da “Anima”, cioè la protagonista femminile, che entrando nello sconfinato suo mondo, cioè nel suo io, racconta i suoi stati d’animo, anche rispetto alla guerra, che all’epoca della scrittura di questo romanzo era appena terminata.

    Il secondo capitolo è raccontato da “Cuore”, cioè il protagonista maschile, il quale ripercorre la sua attività militare con il pensiero costante alla sua amata.

    Queste poche parole, appena scritte, in merito ai due capitoli introduttivi sono ampiamente riduttive rispetto alle innumerevoli sfaccettature e sfumature espresse dalla scrittrice in queste due parti iniziali, sulla personalità di questi due personaggi.

    Dopo questa introduzione essenzialmente di carattere intimistico, i due protagonisti, – Chiara Alba e Uberto Insera, questi sono i loro veri nomi – terminato loro percorso interiore, che forma i primi due capitoli – entrando “nello sconfinato mondo dell’anima …” –, inizia la vicenda amorosa vera e propria dei due amanti.

    Questa si snoda dal loro viaggio in treno da Roma a Milano e il successivo soggiorno a Milano fino alla nemesi che si concreta con loro separazione finale.

    L’autrice dipinge non solo i due personaggi principali curando in particolare modo la loro personalità, ma anche il mondo nel quale vivono, e i vari personaggi di contorno che formano il loro mondo borghese.

    Non viene dimenticato dall’autrice di tratteggiare i vari aspetti politici di una società e di un mondo che stava cambiando, con vari riferimenti sia ad avvenimenti italiani – ad esempio le imprese dannunziane – che ad avvenimenti stranieri.

    Questa attenzione all’attualità, è presente in tutto lo sviluppo della narrazione. Non viene mai dimenticato dalla scrittrice di esprimere il suo giudizio, anche se non in modo palese, sulle varie problematiche sorte in seguito al primo conflitto mondiale.

    Questa opera di Gemma Feruggia, ad avviso di chi scrive, è molto aderente al modo di essere della scrittrice, nella sua adesione ad istanze nazionaliste, a partire dagli anni ’10, e nel suo femminismo sui generis. Cioè critico con i movimenti femministi dell’epoca, ma favorevole all’emancipazione femminile, pur vedendola come un percorso personale.

    Sinossi a cura di Piero Giuseppe Perduca

    Dall’incipit del libro:

    La stanza, in cui entro, con passo risoluto e leggero, un passo senza eco, non ha pareti. È nell’infinito. Talvolta buia come delitto senza scopo, sfolgorante talvolta della luce che immaginiamo componga il viso degli arcangeli. E precisamente il volto dell’arcangelo Michele quale io me lo figuro, illuminato di sole sanguigno nell’atto di dar battaglia.

    Il principe delle milizie celesti sta sulla soglia ideale a custodia del paradiso e dell’inferno che fan contrasto nel luogo singolarissimo: il come — ignoto alla mia terrena fragilità — è secreto della divina creatura. Un uomo non potrebbe.

    Una donna non oserebbe.

    Par quanto io sia volontaria e forte — mostruosamente forte per l’ipocrisia femminile, mantello di porpora e fummo come coppe colme di reciproco perdono.

    Veramente il mondo sovvertito ebbe riflessi nelle anime: mutò freddezze in ardori: egoismi in dedizioni generose: donò ali ai mediocri: cinse di aureola il capo degli umili. Non soltanto «Anima» e «Cuore» si sentirono congiunti alla sventura d’Italia come linfe dello stesso ricco albero. La quercia sacra — che non può essere recisa alla base — fu allora per tutti gli italiani meraviglia di novelle frasche, garrule di canti nuovi, verso un cielo da riconquistare: dai piedi alla cima l’aveva fiorita il sangue degli eroi.

    Scarica gratis: Il sole nascosto di Gemma Ferruggia.
  • Pagina Tre

    L’Ultima Sbornia Politica

    11/7/2024 | 7 min
    La situazione interna al Partito Democratico (PD) sembra essere in piena ebollizione, tanto che Andrea Orlando, con la sua faccia da giovanotto, pare aver bevuto grappa ad alto grado alcolico, viste le sue recenti dichiarazioni. Elly Schlein, nel ruolo della dolce euchessina, cerca di far digerire il tutto, ma in realtà sembra essere la sua purga. Tra i due sembrava amore, ora è odio; tentennano, si cercano e si criticano, come due fidanzati sull’altalena, oppure teneramente abbracciati sulla sdraio ferragostana. Tuttavia, lei mai si metterebbe in topless e lui in bermuda, forse per questo il loro amore senza eros sembra più un patto di interesse.

    Il PD ha avuto successi elettorali, ma ora deve consolidarli, nonostante il partito sia suddiviso in mille rivoli in eterna lotta fratricida, dove non mancano spesso le botte e gli sputi in faccia. Non c’è da stupirsi di tutto ciò in un partito di sinistra che attua politiche liberali, un coacervo di interessi ormai senza anima. Tuttavia, ce la stanno mettendo tutta e hanno recuperato. La Meloni ha paura, sa di non avere molto tempo prima che uno sgambetto da sinistra la scalzi. Attizza il popolo di destra, ma questo popolo fluttua e chissà mai che non possa votare PD se insoddisfatto: elettori come trote e dirigenti politici come polpi, questa è l’immagine iconica.

    Il “Piccolo Buddha” di La Spezia

    Come il piccolo Buddha, anche Andrea Orlando è un predestinato. E naturalmente, fin dalla più tenera età, in pratica da quando fu eletto sui banchi del consiglio comunale in quel di La Spezia. La città dove nacque, e dove a pochi mesi dal lieto evento si iscrisse alla Federazione giovanile comunista, diventandone, in men che non si dica, segretario cittadino. Il tempismo infatti è una delle sue qualità più evidenti, da quando iniziò a mettere nel mirino un qualche incarico (soprattutto ministeriale), a cui sembrava inevitabilmente portato. Insomma l’uomo giusto al posto giusto, ça va sans dire. D’altra parte è la fortuna di trovare sulla propria strada tanti talent scout. Come Piero Fassino, che lo scoprì nella «cantera» ligure e lo nominò responsabile dell’organizzazione nei Democratici di sinistra. O come Walter Veltroni, che nel neonato Partito Democratico lo promosse portavoce. E ancora Pier Luigi Bersani, che scoprì la sua attitudine ai temi della giustizia, rendendo possibile la realizzazione di un sogno della pubertà: sedersi da guardasigilli alla scrivania di Palmiro Togliatti nei governi Renzi-Gentiloni.

    Schlein e Orlando: Un Amore Senza Eros

    Ora, il “Piccolo Buddha del Golfo dei Poeti” è un po’ alle strette. Elly Schlein vuole in tutti i modi che si candidi nella sua Liguria. Lui, all’inizio, è stato pure lusingato, ma, pensandoci meglio, sta cercando una via di fuga, un altro nome che possa prendersi carico della “bega”. Una ricerca che non indispettisca il Nazareno, pubblicamente infatti il bel “tenebroso” non esclude il percorso. Nelle interviste con la cronaca genovese di Repubblica, dichiara: «Io sono a disposizione». Una frase fatta che dicono tutti quelli che vorrebbero svignarsela. Da questo punto di vista Andrea Orlando è un maestro del diversivo, un giocherellone, un talentuoso virgulto dell’ammuina. Tanto vale allora dare l’impressione a Elly che è cresciuto, che questa volta ci pensa sul serio, anche se l’ex ministro non può certo essere considerato un “profeta in Patria”, dato che i suoi rapporti nel capoluogo di regione sono freddini. Poi arriverà l’autunno, spera, e come per magia, il “predestinato” uscirà di scena, spunterà un civico d’area, chiunque, ma non lui, con buona pace della segretaria.

    I Leader Usa e Getta del PD

    Un po’ come è successo alle Europee: per settimane la sua candidatura è circolata con insistenza, capolista nel Nord Ovest, poi alla resa dei conti, lo spezzino è scappato a gambe levate. È che Bruxelles, esattamente come Genova, non valgono una messa. Il “golden boy” deve curare i suoi interessi nella Capitale, in qualità di capo della sinistra dem, nonché di ultimo “comunista”. Un dato di fatto, che gli ha consentito di diventare la spalla di Ugo Sposetti, in pratica il vice guardiano nella ricchissima fondazione della memoria. C’è solo un desiderio a cui il prode Orlando sacrificherebbe la “bella” vita da deputato di opposizione: diventare prima o poi segretario del PD, cosa che non gli è ancora riuscita. Un sogno che però non può condividere con Elly, almeno per il momento.

    Il Brivido dell’Incubo Meloni

    Mentre all’interno del PD la tensione è palpabile, fuori dalle sue mura si respira l’aria di un thriller mozzafiato. Giorgia Meloni, la leader di Fratelli d’Italia, osserva con preoccupazione crescente. Sa bene che il tempo non gioca a suo favore. Ogni giorno che passa, il rischio di uno sgambetto da sinistra aumenta. La Meloni è consapevole che la sua posizione di potere potrebbe essere minacciata da un PD che, nonostante le liti interne, sta lentamente recuperando terreno.

    In questo clima di incertezza, la Meloni attizza il popolo di destra con parole infuocate, sperando di mantenere saldo il suo elettorato. Ma questo popolo fluttua, come trote in un torrente in tempesta, sempre pronte a cambiare direzione. Gli elettori sono delusi, insoddisfatti, e in un attimo potrebbero decidere di voltare le spalle alla destra per dare una chance al PD, se quest’ultimo riuscirà a presentarsi come un’alternativa credibile e unita.

    La Meloni vive nell’incubo costante di vedere il suo impero crollare da un momento all’altro. Ogni mossa politica è un passo sul filo del rasoio, dove un minimo errore potrebbe essere fatale. Le ombre del PD si allungano minacciose, e il timore che una coalizione di sinistra possa riuscire a scalzare la destra diventa ogni giorno più reale.

    Il popolo di destra è come un banco di trote, sempre in movimento, difficile da controllare. I dirigenti politici, simili a polpi con mille tentacoli, cercano di agguantare ogni opportunità per consolidare il proprio potere. Ma nel mare in tempesta della politica italiana, nulla è certo. La Meloni sa che deve guardarsi le spalle, perché un attacco può arrivare da qualsiasi direzione. E quando arriverà, potrebbe essere già troppo tardi.

    L’ultima sbornia politica del PD potrebbe trasformarsi in un incubo per la Meloni, un thriller che tiene con il fiato sospeso l’intera nazione. Tra alleanze strategiche e litigi intestini, la battaglia per il potere è appena iniziata. E in questo gioco senza regole, il finale è tutt’altro che scontato.

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