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    I peccati che portano piu all'inferno sono quelli contro la purezza

    20/1/2026 | 5 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8427

    I PECCATI CHE PORTANO DI PIU' ALL'INFERNO SONO QUELLI CONTRO LA PUREZZA di Corrado Gnerre
     
    Innanzitutto c'è da dire che già un solo peccato mortale (indipendentemente da quale sia) causa la dannazione eterna, altrimenti non si chiamerebbe "mortale". La diversa gravità dei peccati mortali entra in gioco dopo l'assoluzione, ovvero in considerazione delle pene da scontare in questa vita o nel purgatorio. Ogni tipo di peccato ha una sua pena: ci sono peccati mortali che comportano pene più pesanti, così come ci sono peccati mortali che comportano invece pene minori... Sempre che questi peccati mortali vengano assolti, altrimenti - come abbiamo già detto - un solo peccato mortale (indipendentemente da quale sia) è meritevole del castigo eterno.
    Fatta questa premessa, va detto che i peccati mortali più gravi sono quelli che attengono al primo Comandamento. Ma va fatta anche una precisazione. Se è vero che i peccati più gravi sono quelli riguardanti il primo Comandamento, è pur vero che questi tipi di peccati, spesso, sono conseguenti ad altri. È difficile che si arrivi direttamente a non rispettare il primo Comandamento; è invece frequente che chi arriva a calpestare il primo Comandamento è perché già ha calpestato gli altri, in particolar modo il sesto e il nono.
    SE NON SI VIVE COME SI PENSA, SI FINIRÀ A PENSARE COME SI VIVE
    Ciò è dovuto al fatto che l'uomo realizza se stesso, conquistando la vera libertà, non con la conoscenza, ma con l'esercizio della virtù; e se è vero che per comportarsi bene bisogna prima conoscere cosa è il bene e cosa è il male, è altrettanto vero che "se non si vive come si pensa, si finirà inevitabilmente di pensare come si vive" (frase non nostra). Il senso del romanzo Il dottor Jekyll e mister Hyde sta proprio nel fatto che ci si illude di vivere in maniera sbagliata e poter conservare un buon pensiero. Il dottor Jekyll s'illude di poter sempre ritornare se stesso: ad un certo punto il "giocattolo" si rompe e non riesce più a non essere mister Hyde. I peccati contro la purezza e di intemperanza sono quelli che causano il disorientamento intellettuale. Perché? Perché l'antropologia (concezione dell'uomo) cristiana afferma che l'uomo è stato voluto da Dio come sintesi di spirito e di corpo. L'anima individuale è sostanzialmente legata al corpo, ma non ad un corpo qualsiasi, bensì a quel preciso corpo per cui è stata creata. Tale unione sostanziale fa sì che ci sia un'interazione tra l'anima e il corpo, nel senso che l'anima incide sul corpo e il corpo incide sull'anima.
    Prima abbiamo detto: "Se non si vive come si pensa, si finirà col pensare come si vive". Ed è così: il disordine corporeo si traduce sempre in disordine mentale. Quando s'introduce volutamente il dominio dell'istinto nel proprio comportamento avviene una sorta di bestializzazione, che diviene anche accecamento dell'intelligenza: appunto come le bestie! Ecco perché i Santi, anche se non hanno cultura, riescono ad esprimere una sapienza che è superiore ad ogni altro. Ed ecco perché, si può aver letto anche biblioteche intere, ma se si vive nel peccato si diranno sempre cose insensate.
    CON LA BESTIALIZZAZIONE SI CORROMPONO L'INTELLETTO E LA VOLONTÀ
    L'uomo bestializzato perde il pensiero: non il pensiero in quanto tale, ma la capacità di cogliere il vero senso della vita. L'intelletto se funziona bene coglie la verità. La buona volontà fa sì che questa verità venga amata. Invece con la bestializzazione si corrompono l'intelletto e la volontà, per cui si arriva non solo a non poter conoscere la verità, ma perfino a non amarla, anzi ad odiarla. O meglio: si sceglie la menzogna e ci si lascia affascinare da essa.
    Dio ha creato nell'uomo una gerarchia: gli istinti alla base, la ragione ad orientare gli istinti e la volontà a fare in modo che gli istinti possano conformarsi agli orientamenti della ragione. Però, quando la volontà fallisce, gli istinti crescono a dismisura arrivando a soffocare la ragione (è ciò che si chiama "accecamento dell'intelligenza") e il peccato diviene possibile.
    Ecco perché il Cristianesimo fa una differenza tra sapienza ed intellettualismo. La prima è il raggiungimento della verità, il secondo è solo una ricca conoscenza che prescinde dall'adesione al vero. Quante persone, anche analfabete, raggiungono una grande sapienza; e quanti intellettuali, pur avendo letto biblioteche intere, si allontanano dalla verità distruggendo altri e se stessi? Ciò perché tutto dipende dall'esercizio della virtù... in particolar modo dall'esercizio della temperanza.
    Il Beato Duns Scoto dice - e con lui tutta la Scuola francescana - che l'intelletto è inevitabilmente influenzato dalla volontà. Si possono avere tutti i talenti intellettivi di questo mondo, ma per conoscere bene, cioè per conoscere ciò che davvero conta nella vita, occorre la luce (che è la grazia!) e la grazia è data dall'esercizio della virtù. Ed ecco perché la Madonna disse a Santa Giacinta di Fatima che i peccati che fanno andare più all'inferno sono quelli della carne... perché sono i più facili a commettersi e da questi scaturiscono anche gli altri peccati.
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    Grazie a Leone XIV e Riccardo Muti torna la grande musica sacra in Vaticano

    06/1/2026 | 7 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8402

    GRAZIE A LEONE XIV E RICCARDO MUTI TORNA LA GRANDE MUSICA SACRA IN VATICANO
    di Roberto de Mattei
     
    Il 12 dicembre, in Vaticano, alla presenza di Leone XIV, il Maestro Riccardo Muti ha diretto la Messa per l'Incoronazione di Carlo X di Luigi Cherubini, eseguita dall'Orchestra Giovanile Luigi Cherubini e dal Coro della Cattedrale di Siena "Guido Chigi Saracini".
    L'evento è stato giustamente salutato come un segno del ritorno della grande musica sacra in Vaticano, grande assente negli anni del pontificato di papa Francesco. Ma la scelta di questa Messa, come omaggio musicale a Leone XIV, appare anche come un evento denso di allusioni simboliche.  
    Luigi Cherubini (1760-1842), compositore molto amato da Riccardo Muti, fu una delle figure centrali della musica europea tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento. Nato a Firenze, trascorse gran parte della sua vita in Francia, dove attraversò alcune delle stagioni più drammatiche della storia moderna: la Rivoluzione francese, l'epoca di Napoleone Bonaparte e la Restaurazione monarchica seguita al 1814. Autore di importanti opere liriche e sacre, divenne direttore del Conservatorio di Parigi, esercitando un'influenza decisiva sull'insegnamento musicale europeo.
    La Messa per l'Incoronazione di Carlo X rappresenta uno dei vertici della sua produzione sacra: un'opera concepita per un rito in cui si intrecciavano musica, teologia e politica sacra.
    La Messa fu composta infatti per l'incoronazione di Carlo X di Francia, celebrata il 29 maggio 1825 nella cattedrale di Reims. Carlo X (1757-1836), già conte di Artois, era fratello di Luigi XVI, ghigliottinato il 21 gennaio 1793, e di Luigi XVIII, salito al trono nel 1814 dopo la caduta di Napoleone, ma morto senza discendenza nel settembre 1824. Carlo X regnò solo sei anni e, dopo la Rivoluzione di luglio del 1830 e l'abdicazione, visse l'esilio con grande dignità, interpretandolo come una prova permessa dalla Provvidenza. Morì a Gorizia nel 1836 ed è sepolto a Castagnavizza, assieme ad altri membri della famiglia reale francese.
    IL PRINCIPIO MONARCHICO
    Carlo X credeva fermamente nel principio monarchico e volle essere incoronato secondo l'antico rituale, codificato da Carlo V nel 1365, ma le cui origini risalivano al pontificale di Egberto del secolo VIII. Per oltre ottocento anni quel rito non aveva subito mutamenti sostanziali e Carlo X volle riprenderlo in tutta la sua integralità. Durante la cerimonia il Re insistette per inginocchiarsi personalmente nei momenti più solenni, nonostante l'età e le difficoltà fisiche, affermando che non si poteva ricevere un potere sacro restando in piedi.
    Il momento centrale dell'incoronazione era la consacrazione con l'olio sacro, conservato secondo la tradizione nella celebre Santa Ampolla. Secondo il racconto di Incmaro di Reims, una colomba avrebbe portato quest'ampolla dal cielo a san Remigio, che con l'olio che conteneva aveva unto Clodoveo primo Re cristiano dei Franchi. Da allora il Re di Francia era stato considerato quasi come vicario di Cristo, investito di una missione provvidenziale. La consacrazione regale esprimeva l'origine sacra del potere temporale.
    Durante la Rivoluzione francese, il 7 ottobre 1792, un membro della Convenzione, il pastore protestante Philippe Rühl, aveva spezzato solennemente la Santa Ampolla nella piazza di Reims, compiendo un gesto di pubblico rifiuto del carattere sacrale della monarchia. Tuttavia, secondo un processo verbale dell'epoca, il giorno precedente era stata estratta con un ago d'oro e conservata una parte del crisma, che venne poi utilizzata per la consacrazione di Carlo X. 
    IL RITORNO DELLA MONARCHIA SACRA DOPO LA RIVOLUZIONE FRANCESE
    L'incoronazione di Carlo X, celebrata alle otto del mattino del 29 maggio 1825, fu voluta dal sovrano per affermare solennemente il ritorno della monarchia sacra dopo la frattura della Rivoluzione. Parigi, capitale della Rivoluzione, restò ai margini dell'evento, mentre venne scelta Reims, sede tradizionale delle incoronazioni dei sovrani francesi. Fu dunque un gesto profondamente contro-rivoluzionario.  Il Re prestò il giuramento rituale, ricevette gli speroni e la spada, simboli del potere, e venne unto dall'arcivescovo, monsignor de Latil, con il sacro crisma. Seguì la consegna del mantello cosparso di gigli, dell'anello, dello scettro, della mano di giustizia e infine l'imposizione della corona. La musica di Cherubini ebbe un ruolo centrale, accompagnando i momenti centrali dell'incoronazione del sovrano. 
    Alla Messa seguì il rito tradizionale della guarigione delle scrofole, una forma di tubercolosi dei linfonodi molto diffusa fino all'Ottocento. Secondo una credenza antichissima, i Re di Francia avevano il potere di guarire questo male con il solo tocco della mano, pronunciando la formula: «Le roi te touche, Dieu te guérit» - "Il re ti tocca, Dio ti guarisce".
    Carlo X riprese solennemente questo rito, abbandonato o attenuato dai sovrani precedenti. Toccò i malati uno ad uno, con raccoglimento e molti ne guarì, come attesta anche lo storico Marc Bloch nel suo celebre libro I re taumaturghi (Les Rois Thaumaturges, 1924). San Tommaso d'Aquino, nel De Regimine Principum, afferma che la sacra unzione conferiva al re un certo carattere di santità, testimoniato proprio dai prodigi e dalle guarigioni operate dai sovrani consacrati. La guarigione delle scrofole, con l'unzione e l'incoronazione, formava un unico grande linguaggio rituale che la Messa per l'Incoronazione di Carlo X esprime in tutta la sua magnificenza. 
    Questa Messa celebrò, due secoli addietro, il trionfo della monarchia cattolica, intesa non come semplice forma di governo, ma come espressione storica di una civiltà sacrale, nella quale l'autorità temporale riconosceva la propria origine nella legge naturale e divina. La Messa per l'Incoronazione di Carlo X di Cherubini risuonata in Vaticano davanti al Santo Padre ha dunque riportato alla memoria la concezione sacramentale del potere propria della Civiltà cristiana, assumendo il significato di un simbolico richiamo a una verità permanente: quella di Gesù Cristo Re della società e della storia. Non sembra casuale che questo evento sia caduto nel centenario dell'enciclica Quas primas di Pio XI (1925), nella quale il Pontefice affermò con chiarezza il fondamento scritturistico, teologico e spirituale della Regalità sociale di Cristo, ideale perenne di ogni vero cattolico.
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    Adeste fideles, un canto che attraversa i secoli e converte i cuori

    30/12/2025 | 8 min
    VIDEO: Adeste fideles cantato da Andrea Bocelli ➜ https://www.youtube.com/watch?v=okyzEnO7g3c&list=PLolpIV2TSebVH8I9Ay8AuB6ZwUgdiRb1T

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8396

    ADESTE FIDELES, UN CANTO CHE ATTRAVERSA I SECOLI E CONVERTE I CUORI
    di Roberto de Mattei
     
    Ci sono melodie che accompagnano un istante e poi svaniscono, come un'eco lontana. E ce ne sono altre che sembrano attraversare i secoli come un fiume sotterraneo, riaffiorando nei momenti decisivi della vita degli uomini. Adeste fideles appartiene a questa seconda categoria: un canto natalizio dalla storia affascinante, capace di unire popoli e lingue diverse attorno al mistero della Natività.
    Per lungo tempo l'inno fu attribuito a san Bonaventura o al re Giovanni IV di Portogallo, ma oggi gli studiosi concordano nell'indicare come suo autore Sir John Francis Wade, musicista cattolico inglese vissuto nel XVIII secolo. Wade era uno degli esuli che avevano lasciato le isole britanniche a causa delle persecuzioni contro i cattolici e si era stabilito a Douai, nel nord della Francia. Questa cittadina era allora un importante centro del cattolicesimo europeo: vi sorgeva infatti un celebre collegio cattolico, fondato da Filippo II di Spagna, che accoglieva studenti e chierici inglesi costretti all'esilio.
    Secondo una tradizione accreditata, Wade avrebbe rinvenuto il testo e la melodia di Adeste fideles in alcuni manoscritti conservati in archivio tra il 1743 e il 1744. Egli ne trascrisse lo spartito e lo utilizzò per l'esecuzione liturgica con un coro cattolico a Douai. Nel 1751 decise poi di raccogliere e pubblicare a stampa le sue copie manoscritte in un volume intitolato Cantus Diversi pro Dominicis et Festis per annum. In questa raccolta comparve anche Adeste fideles: si tratta della prima fonte stampata conosciuta che documenta ufficialmente il canto.
    Nei manoscritti di Wade, accuratamente miniati, Adeste fideles appare come un inno destinato alla liturgia natalizia, costruito con una struttura semplice e solenne. È un invito pressante - "Venite, fedeli" - che si apre progressivamente alla contemplazione del Bambino nato a Betlemme. La forza del canto risiede nella chiarezza teologica e nella capacità di coinvolgere l'assemblea, quasi trascinandola fisicamente verso la mangiatoia.
    L'originale latino è molto più bello delle traduzioni in lingua volgare, ma voglio ricordare le parole di questo canto in italiano.
    ADESTE FIDELES
    Venite, fedeli, l'angelo ci invita,
    venite, venite a Betlemme.
    Nasce per noi Cristo Salvatore.
    Venite, adoriamo, venite, adoriamo,
    venite, adoriamo il Signore Gesù!
    La luce del mondo brilla in una grotta:
    la fede ci guida a Betlemme.
    Nasce per noi Cristo Salvatore.
    La notte risplende, tutto il mondo attende:
    seguiamo i pastori a Betlemme.
    Nasce per noi Cristo Salvatore.
    "Sia gloria nei cieli, pace sulla terra",
    un angelo annuncia a Betlemme.
    Nasce per noi Cristo Salvatore.
    Il Figlio di Dio, Re dell'universo,
    si è fatto bambino a Betlemme.
    Nasce per noi Cristo Salvatore.
    UNA PROFESSIONE DI FEDE
    Adeste fideles non è solo un canto da ascoltare: è una professione di fede che si ripete strofa dopo strofa. Nel corso del XVIII e XIX secolo questa melodia attraversò confini e culture. Dall'Inghilterra cattolica clandestina giunse in Francia, Germania, Italia. Con la diffusione della stampa musicale e dei nuovi repertori liturgici, Adeste fideles divenne uno dei canti natalizi più conosciuti dell'Occidente cristiano. Fu tradotto in numerose lingue: l'inglese O Come, All Ye Faithful, il francese Peuple fidèle, l'italiano Venite fedeli. Ogni traduzione conservava il nucleo originario: l'invito a lasciare tutto per andare incontro a Gesù Bambino nella capanna di Betlemme.
    La sera di Natale del 1886, un giovane studente di diciotto anni che aveva abbandonato la pratica religiosa, di nome Paul Claudel, mentre vagava inquieto nelle vie di Parigi, entrò quasi per caso nella cattedrale di Notre-Dame, inondata dal suono dell'organo e del canto Adeste fideles.
    Claudel ricorderà così quell'istante decisivo: «Io ero in piedi tra la folla, vicino al secondo pilastro rispetto all'ingresso del Coro, a destra, dalla parte della Sacrestia. In quel momento capitò l'evento che dominò tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla. Improvvisamente ebbi il sentimento lacerante dell'innocenza, dell'eterna infanzia di Dio: una rivelazione ineffabile! Cercando - come ho spesso fatto - di ricostruire i momenti che seguirono quell'istante straordinario, ritrovo gli elementi seguenti che, tuttavia, formavano un solo lampo, un'arma sola di cui si serviva la Provvidenza divina per giungere finalmente ad aprire il cuore di un povero figlio disperato: 'Come sono felici le persone che credono!' Ma era vero? Era proprio vero! Dio esiste, è qui. È qualcuno, un essere personale come me. Mi ama, mi chiama. Le lacrime e i singulti erano spuntati, mentre l'emozione era accresciuta ancor più dalla tenera melodia dell''Adeste, fideles' [...]».
    DA INCREDULO A CONVERTITO
    Entrato incredulo, Paul Claudel uscì dalla cattedrale convertito. Il canto, con il suo invito diretto e universale, lo aveva posto di fronte a una scelta personale. Nelle parole "Venite" il giovane riconobbe qualcosa che lo toccava intimamente. La bellezza musicale e la solennità liturgica non furono un fatto estetico, ma il veicolo di una verità che si impose alla sua mente con evidenza.
    Claudel abbracciò pienamente la fede cattolica, che divenne il centro della sua vita e della sua opera. Poeta, drammaturgo, diplomatico, non smise mai di interrogare il mistero cristiano attraverso la parola. Ma tutto ebbe origine da quella notte, da quel canto.
    Adeste fideles continua a risuonare ogni Natale nelle chiese del mondo, spesso senza che se ne conosca la storia. Eppure, in quelle dolci note, resta inscritta la testimonianza di una forza discreta ma reale: la capacità della musica sacra di aprire varchi nell'anima, di raggiungere la mente e il cuore dove le parole da sole non bastano.
    Oggi come allora, questo canto accompagna la celebrazione della Natività. Cantato da cori imponenti o da piccole comunità di fedeli, conserva intatta la sua potenza originaria. La storia di Paul Claudel ci ricorda che la fede può nascere anche così: non da un trattato teologico, ma da una melodia; non da un discorso astratto, ma da un invito cantato.
    Le note di un canto, quando sono vere, possono toccare il cuore di un uomo e trasformarne la vita.
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    Il Natale è il paradiso anticipato nel tempo

    24/12/2025 | 8 min
    VIDEO: Nato a Betlemme ➜ https://www.youtube.com/watch?v=U4L3mkWsdSM

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8390

    IL NATALE E' IL PARADISO ANTICIPATO NEL TEMPO
    Se la nascita del Salvatore non ci orienta verso il destino eterno, allora il mistero cristiano è ridotto a emozione di Roberto de Mattei
     
    I sacerdoti oggi parlano raramente dell'inferno e del Paradiso, quasi temendo che il richiamo ai novissimi possa apparire fuori tempo o inadatto alla sensibilità contemporanea. Eppure, proprio queste realtà ultime ricordano all'uomo il fine per cui è stato creato e il destino irrevocabile verso cui la sua anima è orientata. 
    Il silenzio su inferno e Paradiso non rende queste realtà ultime meno vere né meno decisive; al contrario, le rende pericolosamente dimenticate. Tacere sui novissimi, significa oscurare il senso stesso dell'esistenza umana, che non si esaurisce nel tempo ma è protesa verso l'eternità. Ma l'eternità non è soltanto una realtà futura: essa getta la sua ombra e la sua luce nel tempo presente, nella nostra quotidianità. San Gregorio Magno insegna che «la vita presente è come un seme: ciò che ora si semina, nell'eternità si raccoglie» (Moralia in Iob, XXV, 16). Ogni atto, ogni scelta, ogni orientamento del cuore prepara già ora il raccolto eterno. Come ricorda sant'Alfonso Maria de' Liguori, «l'eternità dipende da un momento, e quel momento è il presente» (Apparecchio alla morte, Considerazione I). Così nel momento presente, noi incontriamo l'eternità.
    Il mondo in cui viviamo ci offre tempi, luoghi e immagini che prefigurano ciò che potranno essere l'inferno e il Paradiso e ci aiutano a comprendere, almeno per analogia, cosa significhi vivere lontani da Dio o vivere in unione con Lui.
    Per avere un'idea dell'inferno non occorre sforzare l'immaginazione: basta leggere i giornali, seguire le cronache quotidiane, osservare con attenzione la realtà che ci circonda. La violenza diffusa, la menzogna sistematica, l'inganno elevato a norma, l'infelicità profonda che abita cuori apparentemente sazi, costituiscono la cifra drammatica della nostra epoca. L'inferno, potremmo dire, è attorno a noi. Non si tratta certo dell'inferno in senso proprio, ma di una sua inquietante anticipazione: un mondo in cui l'uomo, rifiutando la verità e l'amore di Dio, sperimenta già la solitudine, il vuoto e una sofferenza che si traduce spesso in disperazione, anche se mascherata.
    IL PARADISO ANTICIPATO NEL TEMPO
    Ma se il nostro tempo offre immagini così numerose che evocano le sofferenze dell'inferno, esso non è privo di segni e momenti che rimandano alle gioie del Paradiso. Uno di questi momenti simbolici è il Santo Natale, un mistero divino che ci offre una delle immagini più alte del Paradiso anticipato nel tempo.  Contempliamo il Presepe. In una grotta povera, in un bambino deposto in una mangiatoia, il cielo si apre sulla terra. Lì dove tutto sembra fragile e insignificante, Dio si rende visibile e vicino. Il presepe ce lo ricorda con semplicità e profondità.
    Gesù che viene al mondo è circondato dalla Madonna e da san Giuseppe e forma con loro la Sacra Famiglia, modello di tutte le famiglie della terra. Gli angeli cantano la gloria di Dio sopra la capanna di Betlemme; i pastori e i Re Magi adorano il Verbo fatto carne. Tutte le famiglie che, nella notte di Natale, si raccolgono attorno al Santo Presepe, che hanno la grazia di prepararlo e offrirlo al Signore, partecipano, anche se spesso in modo inconsapevole, a questa gioia che ha la sua sorgente nella vita soprannaturale irradiata dalla Sacra Famiglia.
    Il Natale, con il calore e l'affetto che palpabilmente trasmette a chi lo vive con cuore semplice e sincero, ci ricorda che esiste un ambiente soprannaturale; che l'ambiente soprannaturale per eccellenza è il Cielo; che il Cielo è la nostra vera patria e il luogo di eterna felicità al quale ogni uomo è chiamato e, se corrisponde alla Grazia, è destinato ad arrivare. La pace e la gioia spirituale che il Natale accende nei cuori sono una prefigurazione della felicità eterna del Paradiso, dove l'anima sarà completamente immersa nel possesso e nel godimento di Dio.
    UNA REALTÀ CHE SUPERA OGNI IMMAGINAZIONE
    Il Paradiso è una realtà che supera ogni immaginazione: è la pienezza di tutti i beni desiderabili, l'estasi eterna della visione beatifica. I secoli si succederanno ai secoli senza diminuire la felicità degli eletti; anzi, la certezza di possedere eternamente il Bene supremo ne accrescerà senza fine la dolcezza. I beni spirituali sono inesauribili, come dimostrano le amicizie spirituali che nascono sulla terra. Quando queste amicizie durano nel tempo e rimangono sempre nuove, senza sazietà, è segno che sono di origine divina. E in Paradiso queste amicizie saranno riannodate, così come i legami familiari con i nostri cari, ritrovati alla luce di Dio, per non più separarci da loro. I Beati vivono nella gioia inesauribile di amare e di essere amati, in una vita che fiorisce continuamente senza conoscere noia né stanchezza.
    Ma dopo la visione intuitiva di Dio, ciò che accrescerà maggiormente la gioia dei Beati sarà la contemplazione dell'Uomo-Dio, Gesù Cristo, Verbo Incarnato, e della sua Santissima Madre, la Beatissima Vergine Maria, Regina degli angeli, dei santi e del Paradiso stesso. Le melodie del Paradiso saranno quelle intonate dagli Angeli a Betlemme per cantare la gloria di Dio e la pace in terra agli uomini di buona volontà. Ma coloro che in terra furono uomini di buona volontà, perché amarono Dio, oggi ascolteranno con commozione queste melodie in Cielo. 
    Così, mentre il mondo mostra ogni giorno le ferite dell'inferno che l'uomo costruisce quando si allontana da Dio, il Natale ci ricorda che il paradiso comincia ogni volta che Dio viene accolto. Tra queste due anticipazioni - una di luce e una di tenebra - l'uomo è chiamato a scegliere. La scelta dell'eternità si gioca nel tempo, nelle decisioni quotidiane, nel modo in cui crediamo, adoriamo, speriamo ed amiamo, come la Madonna a Fatima ci ha invitato a fare.  
    Natale è l'anticipo storico di ciò che il Paradiso è in modo eterno: la comunione piena tra Dio e l'uomo. San Gregorio di Nissa insegna che l'anima è stata creata con un desiderio infinito, capace di essere colmato solo da Dio (De vita Moysis, II, 232-239).  Il Natale accende nel cuore una pace fragile e ancora esposta alle ferite; il Paradiso è quella stessa pace portata a compimento, senza più dolori né separazioni.
    San Tommaso d'Aquino afferma che la felicità suprema dell'uomo consiste nella visione di Dio (Summa Theologiae, I-II, q.3). A Natale, Dio si lascia vedere in un volto umano; in Paradiso l'uomo vedrà Dio senza veli. Il Natale è la prima visione di Dio concessa all'uomo; il Paradiso sarà l'ultima, definitiva ed eterna.
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    I veri motivi per cui i giovani vanno sempre meno a Messa

    09/12/2025 | 3 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8377

    I VERI MOTIVI PER CUI I GIOVANI VANNO SEMPRE MENO A MESSA di Giuliano Guzzo
     
    Ho letto con particolare interesse l'articolo di Paola Bignardi su Avvenire - intitolato Le ragioni dei giovani che vanno sempre meno a Messa - anche perché seguo l'argomento, su cui si arrovellano sacerdoti, educatori ed animatori, ormai da alcuni anni. In estrema sintesi, il servizio, accompagnato anche da diverse testimonianze di giovani intervistati, sostiene che «le nuove generazioni tendono a considerare le funzioni come noiose e distanti. Servono linguaggi, simboli e percorsi che aiutino a scoprire il senso del rito». Tra le voci raccolte non mancano neppure critiche ai contenuti stessi della Messa («Non è un tribunale per difendere i valori», ha dichiarato un giovane praticante saltuario), ma il succo del discorso è che le «funzioni» sarebbero «noiose e distanti» e che, quindi, bisogna fare qualcosa, se si vuole evitar l'esodo giovanile dalla Chiesa.
    Ora, pur con il massimo rispetto in chi si conosce in questa lettura del fenomeno dell'abbandono dei giovani dalla Messa (e della Chiesa), devo dire che non sono affatto d'accordo. E non lo sono né da credente né da sociologo. Iniziando con la mia piccola esperienza personale, per il poco che vale, posso dire di essere testimone, ormai, neppure di anni bensì di decenni di tentativi di rendere le «funzioni» meno «noiose e distanti»: penso a canti innovativi con cori e chitarre (talvolta batterie), penso a "liturgie creative", penso a sacerdoti che danno un tocco, a volte, quasi cabarettistico alla celebrazione (battute, occhiolini, sorrisini, risate), penso ad omelie in cui si parla quasi solo di attualità e pochissimo di temi della fede e legati alla Parola di Dio. Risultato: dopo anni di cotanti esperimenti liturgici (non saprei come altrimenti chiamarli) i giovani a Messa continuano ad essere non solo pochi, ma sempre meno...
    Siamo quindi proprio sicuri che il punto siano le «funzioni noiose e distanti»? Mi permetto di dubitarne. Anche perché, da sociologo, ho avuto modo di approfondire l'argomento, cui ho dedicato anche diverse pagine d'un mio libro, Grazie a Dio (Lindau), nelle quali ho passato in rassegna, al riguardo, molte ricerche internazionali. Che, in breve, smentiscono categoricamente il problema che l'abbandono della Messa da parte dei giovani - affrontato anche dal sondaggio fatto dalla nostra rivista (qui per abbonarsi) - sia una questione liturgica. Semmai, i fattori che la letteratura individua come concause di questo abbandono sono le seguenti: l'abbandono della Messa dei genitori di questi giovani (si parla tanto dei ragazzi, ma i primi a trascurare la fede sono padri e madri!); gli scarsi rapporti stabiliti tra questi giovani e i loro sacerdoti (padri spirituali cercasi) e la mancanza di una formazione religiosa ab origine (non è cioè che i giovani lascino la Chiesa a causa della dottrina troppo rigida, ma semmai troppo ignorata), assenza che non offre alcun motivo «per restare».
    Di quanto fin qui riportato, tengo a precisarlo, esistono evidenze molto robuste. Ecco che allora è difficile non provare un filo di sconforto quando - certamente con la massima buona fede - si ripropone l'idea che i giovani vadano meno a Messa perché le «funzioni» sarebbero «noiose e distanti». Che è senza dubbio ciò che loro spesso dicono, beninteso. Solo che disponiamo ormai di una tale abbondanza di dati tale per cui dovremmo, forse, fare uno sforzo di lettura del fenomeno più ampia. E possibilmente senza neppure abbandonarsi sempre a letture pessimistiche dato che disponiamo di riscontri circa il fatto che in vari Paesi anche dell'Occidente sta tornando un interesse, tra i giovani, proprio per la fede. Il mio invito è quindi, se possibile, di concentrarsi su ciò che di positivo sta avvenendo, su questi segnali di riavvicinamento tra i giovani e la fede cristiana, senza auspicare «aggiornamenti liturgici» (o dottrinali) di sorta dato che, dopo decenni di esperimenti in tal senso, questa strada appare non risolutiva del problema; se non, anzi, essa stessa parte del problema.

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