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    Lefebvriani: non si difende la Chiesa disobbedendo alla Chiesa

    11/08/2026 | 8 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8627

    LEFEBVRIANI: NON SI DIFENDE LA CHIESA DISOBBEDENDO ALLA CHIESA
    di Roberto de Mattei
     
    È dovere del cristiano mantenere la coerenza tra le parole e i fatti. Ma che cosa accade quando i fatti contraddicono le parole? Quando, ad esempio, si proclama a parole rispetto e obbedienza al Romano Pontefice e, nei fatti, lo si sfida pubblicamente davanti a tutto il popolo cristiano, come è accaduto a Écône con le consacrazioni episcopali del 1 luglio 2026?
    La risposta ci è offerta da uno dei principi più antichi della tradizione giuridica occidentale: facta sunt potentiora verbis, «i fatti sono più forti delle parole» (cfr. Digesta, 50, 17, 185). La sentenza esprime una regola elementare della giustizia: quando esiste contraddizione tra ciò che una persona afferma e ciò che essa compie, il diritto attribuisce prevalenza ai fatti. Le parole possono essere ambigue, retoriche, o perfino simulatorie; gli atti, invece, producono effetti oggettivi e rivelano concretamente la volontà dell'agente
    Il principio attraversa tutta la storia del diritto europeo, dal diritto romano fino agli ordinamenti contemporanei, ed è accolto anche dal diritto canonico. Per questo motivo, il diritto della Chiesa, come ogni ordinamento giuridico, giudica anzitutto gli atti esterni. Le dichiarazioni del soggetto possono contribuire a chiarire il significato dell'azione, ma normalmente non prevalgono sul contenuto oggettivo dei fatti. Se così fosse, l'applicazione della legge dipenderebbe dalle intenzioni dichiarate dall'autore dell'atto e non dalla realtà oggettiva del suo comportamento.
    Nel diritto della Chiesa questo principio deve essere armonizzato con un'altra distinzione fondamentale, elaborata dalla teologia scolastica e dalla canonistica classica: quella tra peccato e delitto. Peccato e delitto possono avere la medesima radice, ma appartengono a due ordini distinti. San Tommaso d'Aquino insegna che il peccato appartiene all'ordine morale, perché consiste nella violazione volontaria della legge divina (Summa Theologiae, I-II, qq. 71-89).  Il delitto (crimen) appartiene invece all'ordine giuridico della Chiesa, poiché consiste nella violazione di una legge ecclesiastica alla quale l'autorità ha collegato una sanzione. Non ogni peccato costituisce un delitto, né ogni delitto coincide semplicemente con il peccato. Il primo riguarda il rapporto dell'uomo con Dio; il secondo tutela il bene comune della Chiesa.

    FORO INTERNO E FORO ESTERNO
    Da qui nasce una seconda distinzione, altrettanto decisiva: quella tra foro interno e foro esterno. Il foro interno riguarda la coscienza dell'uomo davanti a Dio ed è l'ambito proprio della confessione sacramentale e della direzione spirituale. Il foro esterno riguarda invece la società visibile della Chiesa, nella quale l'autorità deve giudicare i fatti, applicare le norme e, quando necessario, infliggere le pene. La pena ecclesiastica non viene irrogata per punire il peccato in quanto tale, ma per reprimere il delitto, ristabilire la giustizia, riparare lo scandalo e favorire l'emendamento del reo (Felice Cappello, Summa Iuris Canonici, vol. III, De delictis et poenis, Pontificia Università Gregoriana, Roma 1935; Matteo Conte a Coronata, Institutiones Iuris Canonici, vol. IV, Marietti, Torino 1955).
    La distinzione tra peccato e delitto, così come quella tra foro interno e foro esterno, spiega perché il diritto canonico attribuisca normalmente prevalenza ai fatti. Il giudice ecclesiastico deve partire dagli atti esteriori, gli unici suscettibili di prova. Ciò non significa che il diritto ignori la dimensione soggettiva. Al contrario, il can. 1321 § 1 del Codice di diritto canonico stabilisce che «nessuno è punito se la violazione esterna della legge o del precetto da lui commessa non sia gravemente imputabile per dolo o per colpa» (Codex Iuris Canonici, 1983, can. 1321 § 1). Ma non bisogna confondere l'imputabilità soggettiva con la violazione oggettiva della legge.
    In questa prospettiva, lo scisma, che il can. 751 definisce come «il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti», può essere considerato sia come peccato nell'ordine morale che come delitto nell'ordine canonico. È certo, però, che la consacrazione episcopale contro l'esplicita volontà del Romano pontefice non può mai essere considerata un atto moralmente o giuridicamente neutro. Come spiega un eminente giurista quale il cardinale Velasio De Paolis, la consacrazione di vescovi contro il mandato pontificio è, infatti, indipendentemente dalle intenzioni soggettive di chi la compie, un atto intrinsece malus, un peccato e un delitto, che nessuna circostanza può giustificare (Velasio De Paolis - Davide Cito, Le sanzioni nella Chiesa. Commento al Codice di Diritto canonico. Libro VI, Urbaniana University Press, Roma 2000, pp. 296-297).

    LA CONFUSIONE TRA LA TEOLOGIA MORALE E IL DIRITTO CANONICO
    La debolezza di fondo dei sermoni, delle interviste e degli articoli diffusi dalla Fraternità San Pio X prima e dopo le consacrazioni del 1° luglio consiste nella confusione tra la teologia morale e il diritto canonico. Per giustificare un atto di natura eminentemente giuridica, si trasforma una questione di diritto canonico in una questione morale e pastorale. Ci si richiama alle buone intenzioni, al proprio giudizio e, talvolta con non poco sentimentalismo, alla propria esperienza di fede. Si invoca inoltre un presunto stato di necessità, smentito dall'esempio di tanti sacerdoti e fedeli laici che, trovandosi nelle medesime condizioni, conservano integralmente la fede, ma continuano a rimanere uniti al Corpo visibile della Chiesa. Indimostrabile è poi la tesi che, senza le consacrazioni episcopali, la Fraternità San Pio X sarebbe necessariamente condotta all'accettazione degli errori del Concilio Vaticano II e del post-concilio.
    La questione non sta nell'accertare se esiste una crisi nella Chiesa, che è a tutti evidente, né nello stabilire se i responsabili delle consacrazioni hanno l'intenzione di operare per il bene della Chiesa, ma nel verificare se il loro comportamento sia conforme alla legge divina ed ecclesiastica. Il problema giuridico non può essere eluso perché, come ricordava Pio XII, «la vita della Chiesa e il diritto canonico sono inseparabili» (Allocuzione del 3 giugno 1956). Cristo, ribadiva lo stesso Pontefice, «ha fondato la sua Chiesa non come un movimento spirituale informe, ma come una comunità bene organizzata» (Wie heissen Sie, 3 giugno 1956); e «chi dice comunità e direzione di un'autorità, dice con ciò stesso potere del diritto e della legge» (Dans notre souhait, 15 luglio 1950).
    La saggezza del diritto della Chiesa consiste nell'avere sempre mantenuto distinti, senza mai separarli, l'ordine morale e quello giuridico. Il diritto non pretende di sostituirsi al giudizio di Dio sulle anime, ma non rinuncia per questo a giudicare oggettivamente gli atti che incidono sulla comunione ecclesiale. È in questa distinzione che il principio facta sunt potentiora verbis trova il suo significato più profondo: i fatti prevalgono sulle parole nell'accertamento della realtà oggettiva dell'azione. Altrimenti il giudizio giuridico si trasforma in un giudizio di coscienza, il diritto della Chiesa svanisce e la stessa visibilità del Corpo Mistico di Cristo rischia di evaporare.
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    Il confessionale con l'intelligenza artificiale assolve dai peccati?

    21/07/2026 | 5 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8591

    IL CONFESSIONALE CON L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE ASSOLVE DAI PECCATI?
    di Samuele Pinna
     
    Non c'è nulla di più tangibile, concreto e - potremmo persino dire - "materialista" del Sacramento cattolico. Vale per tutti e sette i Sacramenti, che si realizzano a partire dalla materia (l'acqua per il Battesimo, il pane e il vino per l'Eucaristia, l'olio per gli Infermi, etc.). Ergo, non c'è nulla di virtuale nella tradizione cattolica: tutto rimanda invece a un livello corporeo e spirituale. E oggi sembra proprio questo aspetto della spiritualità a essere carente in una società sempre più tecnico-scientifica, psicologista e pragmatica, ma incapace di raggiungere quel desiderio di felicità - che altro non è se non il desiderio d'Infinito -, nonostante il benessere diffuso. L'uomo pare crescere nelle conoscenze, ma non nello spirito. Si psicanalizza e si apre a mondi innaturali, ma sembra non raggiungere mai quella gioia voluta a tutti i costi e quella pacificazione tanto agognata e quasi sempre delusa.

    L'INIZIATIVA PROVOCATORIA
    Non stupisce, allora, l'iniziativa volutamente provocatoria dell'artista italiano Matteo Mandelli, intitolata The Algorithm Creed all'AI WEEK 2026: un confessionale ligneo integrato con un'IA che "confessa" e "assolve" i peccati degli utenti. Un'opera definita dagli stessi ideatori "eretica", ma destinata a far discutere - come la precedente installazione Deus in Machina, di matrice svizzera - con l'intento di far riflettere sui limiti necessari da porre alle nuove tecnologie. Limite che in casa cattolica deve far sorgere una domanda: una macchina può davvero assolvere un peccatore?
    Sebbene l'Intelligenza Artificiale abbia la capacità di comparare un numero assai più ampio di dati in tempi brevissimi rispetto a un uomo, non potrà mai sostituire la mediazione antropica. E questo è il primo punto su cui riflettere: Gesù ha voluto che la sua opera fosse proseguita da uomini che avrebbero donato la loro vita all'annuncio del Vangelo. Non è solamente una questione di talenti, ma anzitutto di grazia: quegli uomini, scelti dalla Chiesa e consacrati mediante il Sacramento dell'Ordine, hanno un compito speciale. La grandezza del sacerdozio non deriva, dunque, dalle sole doti particolari - che, per volere di Dio, ogni creatura possiede -, ma dal rendere presente con la propria vita i doni soprannaturali. Dovremmo, perciò, volere dei sacerdoti che celebrino l'Eucaristia mettendo al centro Cristo (e non se stessi, né la "comunità"), che non disdegnino di stare ore in confessionale, che sappiano accogliere chiunque per annunciare a tutti la verità appresa da Cristo.

    NON È UNA SEDUTA PSICOANALITICA
    Il Sacramento della Riconciliazione non richiede risposte preconfezionate, né può essere assimilato a sedute psicoanalitiche (esiste, infatti, una differenza sostanziale tra la confessione e la direzione spirituale, che riguarda anche la dimensione psichica del battezzato), ma prevede l'intervento di persone consacrate per questo servizio. La Chiesa insegna che nei Sacramenti chi agisce è Cristo attraverso il ministro, nonostante la sua indegnità o i suoi limiti. L'assoluzione è un atto sacramentale che necessita di questa mediazione. Molti, difatti, si chiedono perché si debbano confessare i propri peccati a un'altra persona, pur dedicata a quell'incarico. Ma questa è una visione puramente psicologica, non spirituale: il prete non è il fine del momento celebrativo, ma il mezzo attraverso cui la grazia divina può fluire e discendere copiosa sul penitente. E il motivo di questa scelta, che la Chiesa continua a proporre rimanendo fedele al mandato del suo Signore, va fatto risalire al Nazareno, il quale ha voluto affidare il dono del perdono ai suoi Apostoli, che lo hanno poi trasmesso ai loro successori (vescovi e presbiteri): «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,23). Un tesoro in vasi di creta, certamente, che però ricorda come la fede cristiana non sia astratta, ma si eserciti nelle pieghe reali - e non ideali - della storia. Non esiste una fede "fai-da-te", così come il rapporto con Dio non si riduce a un semplice "Tu e io", ma richiede sempre un "noi": l'essere Corpo di Cristo. Il perdono passa, pertanto, sempre attraverso la Chiesa: non posso autoassolvermi, perché riconosco di avere bisogno di un cammino di purificazione per poter partecipare in massimo grado di quella grazia divina capace di redimere e rendere "nuove creature".
    Il problema, forse, è che oggi si tende a ridurre il peccato a un errore di sistema, mentre esso è una ferita della libertà, che conduce all'infelicità. La misericordia, poi, non è un algoritmo, ma un atto d'amore personale, di un Dio che perdona a chi è disposto a pentirsi per cambiare vita. Per questo solo il Signore può perdonare, e solo un ministro ordinato può farlo in persona Christi.
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    Perche i Lefebvriani citano a sproposito sant'Atanasio

    07/07/2026 | 9 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8602

    PERCHE' I LEFEBVRIANI CITANO A SPROPOSITO SANT'ATANASIO
    di Roberto de Mattei
     
    Nei sessant'anni trascorsi tra il Concilio di Nicea (325) e il Concilio di Costantinopoli (381) la Chiesa conobbe, con la crisi ariana, uno dei momenti più difficili della sua storia. Fu un'epoca di defezione della fede in cui spiccarono figure di strenui difensori dell'ortodossia come sant'Atanasio di Alessandria e sant'Ilario di Poitiers. Sant'Atanasio, in particolare, è divenuto il simbolo della lotta contro l'arianesimo, penetrato fino ai vertici delle gerarchie ecclesiastiche. 
    Nella attuale discussione sulle consacrazioni episcopali senza mandato pontificio, il nome di sant'Atanasio viene talvolta evocato come esempio di un vescovo che avrebbe consacrato nuovi vescovi al di fuori delle ordinarie norme disciplinari. Un esame rigoroso delle fonti storiche conduce tuttavia a conclusioni assai diverse. 
    Per comprendere correttamente l'attività di Atanasio occorre anzitutto richiamare il quadro canonico del IV secolo. Nei primi secoli non esisteva la procedura giuridica di un mandato pontificio necessario per ogni consacrazione episcopale. Esisteva tuttavia una prassi consolidata, che il primo Concilio di Nicea codificò al canone 4. Questa prassi stabiliva che ogni nuovo vescovo dovesse essere consacrato da tutti i vescovi della provincia ecclesiastica o, qualora ciò non fosse possibile, almeno da tre vescovi, con la conferma finale del metropolita, che era il vescovo principale di una provincia ecclesiastica. Il metropolita possedeva una giurisdizione ordinaria sulla propria provincia. Il Papa esercitava invece un primato universale sulla Chiesa.  
    Atanasio divenuto vescovo della sede metropolitana di Alessandria l'8 giugno 328, aveva la responsabilità di una delle più vaste circoscrizioni ecclesiastiche dell'Oriente cristiano. Il canone 6 di Nicea stabiliva infatti: «L'antica consuetudine vigente in Egitto, Libia e Pentapoli rimanga in vigore, così che il vescovo di Alessandria abbia autorità su tutte queste regioni».

    L'OPPOSIZIONE ARIANA ALLA NOMINA DI ATANASIO
    L'opposizione ariana alla nomina di Atanasio si manifestò immediatamente. Il sinodo di Tiro del 335 depose irregolarmente Atanasio, mentre l'imperatore Costantino ne decretava il primo esilio a Treviri. La conseguenza di tali vicende fu la continua alternanza, nelle diocesi egiziane, di vescovi fedeli a Nicea e di candidati sostenuti dal partito eusebiano. L'attività di sant'Atanasio non si limitò alla difesa dottrinale del simbolo niceno, ma comportò anche un'intensa opera di ricostruzione della gerarchia ecclesiastica nelle province soggette alla sua giurisdizione. Dopo ogni ritorno dall'esilio, il vescovo di Alessandria trovava infatti numerose sedi occupate da vescovi filoariani insediati con l'appoggio dell'autorità imperiale. Il suo primo compito fu quello di deporli e sostituirli con pastori fedeli alla professione di Nicea. 
    Lo studio fondamentale di Annick Martin ha ricostruito con precisione questa attività, dimostrando che le nomine operate da Atanasio riguardavano sedi appartenenti all'Egitto, alla Libia o alla Pentapoli, cioè territori sottoposti alla sua giurisdizione canonica (Athanase d'Alexandrie et l'Église d'Égypte au IVe siècle (328-373), École française de Rome, Rome 1996). 
    Un'analoga conclusione emerge dalla ricostruzione del prof. Manlio Simonetti. Analizzando il ritorno di Atanasio nel 346 e quello definitivo del 362, Simonetti sottolinea come il patriarca procedesse alla restaurazione della gerarchia nicena nelle Chiese egiziane senza mai oltrepassare l'ambito della propria competenza ecclesiastica (La crisi ariana nel IV secolo, Institutum Patristicum Augustinianum, Roma 1975.) L'attività di Atanasio era assolutamente conforme alla disciplina giuridica dell'epoca, perché costituiva il naturale esercizio dell'autorità metropolitana di Alessandria. Le numerose ordinazioni episcopali attribuite ad Atanasio non furono mai considerate abusive dalla Chiesa del suo tempo, proprio perché avvenivano all'interno del territorio soggetto alla sua competenza canonica.
    Le consacrazioni compiute dal patriarca di Alessandria avvennero in circostanze eccezionali, ma non furono mai effettuate contro il Papa o in opposizione alla Santa Sede. Anzi, il riconoscimento romano costituì uno degli elementi essenziali della azione pastorale di Atanasio. Durante tutta la crisi ariana il vescovo di Alessandria cercò costantemente il sostegno dei Pontefici romani e ne riconobbe l'autorità.

    ATANASIO A ROMA
    Dopo la deposizione decretata dai sinodi orientali, Atanasio si recò a Roma, dove fu accolto da papa san Giulio I. Il sinodo romano del 341 dichiarò invalide le accuse formulate contro il patriarca alessandrino e ne riconobbe pienamente la legittimità. Nella celebre lettera indirizzata ai vescovi orientali, Giulio rimproverava loro di aver proceduto senza consultare la Chiesa romana, ricordando che le questioni di tale importanza dovevano essere sottoposte al giudizio della Sede apostolica.
    Negli anni successivi Atanasio mantenne rapporti costanti anche con papa Liberio. La temporanea debolezza mostrata da quest'ultimo durante l'esilio non modificò mai l'atteggiamento del patriarca egiziano, che continuò a considerare Roma come il centro della comunione ecclesiale. Ancora più stretta fu poi la collaborazione con papa san Damaso, il quale sostenne pienamente il ristabilimento dell'ortodossia nicena e confermò il prestigio della sede alessandrina.
    Il cardinale John Henry Newman nel suo libro su Gli Ariani del IV secolo (tr. it. Jaca Book, Milano 1981), ha ben chiarito il significato ecclesiologico della vicenda. Atanasio resistette agli imperatori, ai concili filoariani e alle pressioni politiche, ma non si oppose mai al principio del primato romano. La sua lotta era rivolta contro i vescovi eterodossi e contro l'interferenza del potere civile, non contro la costituzione gerarchica della Chiesa. Tutta la sua azione pastorale appare costantemente inserita nell'esercizio della legittima giurisdizione della sede alessandrina e nella ricerca della comunione con la Sede romana.
    Le consacrazioni episcopali promosse da Atanasio rappresentavano un atto ordinario di governo ecclesiastico, reso straordinario soltanto dalle condizioni eccezionali create dall'intervento dell'autorità imperiale nelle controversie dottrinali. Atanasio era il legittimo patriarca di Alessandria; le sue consacrazioni avvenivano nell'ambito della sua giurisdizione patriarcale; egli cercò costantemente il sostegno dei Romani Pontefici. Per questo l''esempio di sant'Atanasio rimane uno dei più alti modelli di fedeltà alla Tradizione nei momenti di crisi ecclesiale e non può essere in alcun modo invocato come esempio di disobbedienza alla autorità del Sommo Pontefice, senza contraddire la verità dei fatti e cadere così nella condanna della storia.
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    I tre motivi per cui i sacerdoti lasciano il ministero

    16/06/2026 | 8 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8572

    I TRE MOTIVI PER CUI I SACERDOTI LASCIANO IL MINISTERO
    di Giuseppe Forlai
     
    Da sempre i preti abbandonano il ministero, i coniugi si separano, le monache lasciano la clausura, i frati il convento. I motivi sono i più diversi, le cause profonde che portano a determinate scelte spesso insondabili. Sembra assurdo dirlo, ma tant'è: non tutti sanno precisamente perché cambiano vita; più che altro "sentono" che qualcosa si è rotto dentro, mettendo tutto in discussione. Quando un prete abbandona non bisogna scandalizzarsi, piuttosto chiedersi con molta umiltà e sapienza: «Perché io rimango?». Si narra che dei monaci egiziani incontrarono lungo il sentiero un anziano abbà rannicchiato con la testa tra le mani che versava lacrime abbondanti. Domandarono: «Padre, perché piangi? Cosa ti è mai successo?». Egli rispose: «Ho visto pocanzi un monaco cadere in un grande peccato». Stupefatti i giovani esclamarono: «E dunque, perché questa spropositata disperazione?». E l'anziano: «Oggi lui, domani io». Attenzione a puntare il dito. Senza fare le pulci a chi lascia, è utile condurre una disamina delle varie storie di vita, almeno nel tentativo di rimanere lucidi e farsi un esame di coscienza. Giudicare no, vigilare sì. Le cause degli abbandoni si rimpallano da anni, e le più "quotate" sono conosciute. C'è chi parla di crisi del celibato, di una formazione seminaristica lontana dalla realtà (questa motivazione va sempre molto di moda, soprattutto in chi non ha mai fatto il formatore); c'è poi chi denuncia la solitudine del prete o il logoramento pastorale, oppure la scarsa cura di taluni vescovi verso sacerdoti. In questi ultimi anni è poi aumentato il fenomeno dei preti adulti che lasciano, e l'abbandono non sembra più essere appannaggio dei giovani o della famigerata crisi del settimo anno. Si lascia il ministero anche a sessant'anni (come d'altra parte si divorzia perfino in età matura). Comunque i dati sociologici esistono e non vale la pena riproporli. Chi scrive fa l'eremita, non l'esperto, quindi non azzardo analisi. Posso però condividere alcune costanti che ho registrato accompagnando i consacrati.
    ALCUNE COSTANTI
    La prima cosa che mi colpisce è come nei preti in crisi l'emozione del momento abbia la forza di cancellare un'intera biografia: esperienze, scelte, valori, convinzioni di fede vengono quasi azzerate da un fallimento, un innamoramento, una delusione. Come se l'identità personale non si distendesse più sul corso del tempo vissuto, ma si contraesse improvvisamente, appiattendosi sul disagio dell'oggi; non esiste più nulla al di fuori del sentirsi male, e il rinchiudersi interamente nel disagio - cassando la memoria - sembra essere l'unica maniera per sentirsi liberi. Avviene come se di un romanzo di mille pagine ne restassero solo dieci, e da queste si pretendesse di conoscere tutta la trama.
    La seconda cosa che mi colpisce - e che segue sovente la scomparsa della biografia personale - è che nelle storie di abbandono il senso della comunità e la responsabilità verso il prossimo decadono rapidamente. I volti delle persone che hanno accompagnato il cammino sbiadiscono, le persone affidate, il popolo di Dio - che sembrava prima la ragione precipua di ogni dedizione - improvvisamente non hanno più alcun posto nella coscienza di sé. Dopo anni di discernimento comunitario fatto per diventare prete, coinvolgendo superiori, formatori, parroci di pastorale e popolo di Dio, per scegliere di lasciare non serve più nessuno... se non lo psicologo, che finalmente «mi fa sentire me stesso». Questo, devo dire, mi ha fatto sempre molto pensare.
    La terza cosa che constato è la discriminante del fattore fede. Ossia il prete che entra in una crisi destabilizzante con una lettura provvidenziale della sua storia, vive il tempo della prova non come una messa in discussione di tutto, ma come un'occasione. Posso essere interiormente lacerato e per lungo tempo, ma a seconda del fatto che io abbia o meno un'esperienza viva di Cristo e dei sacramenti la crisi sboccherà in esiti sensibilmente diversi. La maggior parte dei preti che ho conosciuto e che per motivi personali hanno lasciato il ministero, si sono anche allontanati del tutto o in parte dal credo della Chiesa, a favore di una religiosità cucita addosso in maniera individualistica. In questo caso si comprende come le crisi vocazionali - specie nei giovani preti che hanno ricevuto da ragazzi una formazione cristiana meramente aggregativa sentimentale - possano essere interpretate come crisi di fede.
    Le cause remote degli abbandoni non tocca a me stabilirle, ma gli stessi preti che incontro ogni tanto ne elencano qualcuna, che riporto di seguito.
    TRE CAUSE RICORRENTI
    1) La fatica a essere onesti
    Essere sinceri ed essere autentici sono due cose molto diverse. I formatori non sempre sanno operare tale distinzione nei seminaristi: un candidato che tutto racconta non significa che sia autentico. Si è sinceri quando si manifesta ciò che si sente, si è autentici quando si rivela ciò che si è e si desidera davvero. Non è la stessa cosa. Si può essere gravemente narcisisti e contemporaneamente sinceri, solo per fare un esempio.
    2) Il mito dell'infaticabilità senza equilibrio
    Il bravo prete/seminarista - si pensa - è quello che si dà tanto da fare. Anche qui si rischia di confondere il vero lavoro con la dispersione. Un prete che corre dalla mattina alla sera senza rispettare i suoi limiti fisici e spirituali, non è uno che lavora, bensì più semplicemente un uomo disordinato. E questo affannarsi (che è una forma di accidia) è un ottimo alibi per occultare i "draghi": vuoti da non sentire, intemperanze nel celibato da occultare, legami morbosi da non ammettere.
    3) La fragilità del cammino di fede
    Crescere nell'amore del Signore è ciò che di meno scontato si possa registrare nella vita presbiterale. Perdere la fede è un attimo che può scoccare senza avvedersene. Il prete può non accorgersi di rimanere fermo nella sequela: il contatto quotidiano e frequente con "le cose di Dio" può dare l'illusione di essere intimo con il Signore. Errore fatale. Non basta essere stati ordinati per diventare dei credenti. Il grande domenicano francese Henri-Dominique Lacordaire (+ 1861) diceva che se un prete ha la donna, beve, è attaccato ai soldi e non sa perché è prete, prima o poi si perde; se un prete ha la donna, beve, è attaccato al denaro, ma sa perché e per chi è prete, allora tutto cambia, tutto è recuperabile. «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68).
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    Un anno con Leone XIV: un papa prudente davanti a divisioni gravissime

    12/05/2026 | 9 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8532

    UN ANNO CON LEONE XIV: UN PAPA PRUDENTE DAVANTI A DIVISIONI GRAVISSIME
    di Roberto de Mattei
     
    Un anno fa, il lunedì 8 maggio del 2025, si apriva il pontificato di Leone XIV, Robert Francis Prevost, 267° pontefice della Chiesa cattolica, primo Papa statunitense, primo appartenente all'Ordine di Sant'Agostino. 
    «La pace sia con tutti voi... Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante» sono state le prime parole del nuovo Pontefice, pronunciate dalla loggia della Basilica di San Pietro. Fin dall'esordio, Leone XIV ha voluto incentrare il suo ministero sulla pace e sull'unità, dentro e fuori la Chiesa. Per questo, ha invitato a "costruire ponti, con il dialogo, con l'incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace". Un Papa "costruttore di ponti", un Papa "Pellegrino di pace e di unità", come egli stesso si è definito nell'omelia della Messa nell'aeroporto di Bamenda, in Camerun, lo scorso 17 aprile. Un obiettivo certamente alto e nobile quello della pace, soprattutto se essa è costruita sulla pietra angolare che è Cristo, Capo della Chiesa e Salvatore del mondo, ma la situazione della Chiesa e del mondo oggi non è purtroppo favorevole ai costruttori di ponti e ai pellegrini di pace. 
    Fare il bilancio di un anno pontificato, tenendo presente questa realtà non è semplice, perché il complesso di parole, di atti, di documenti del Pontefice non indica ancora l'unità di una direzione, permettendoci di prevedere le priorità e le prospettive pastorali che orienteranno la Chiesa. Fino oggi le scelte del Pontefice sono state caute e misurate, mentre gravi e profondi sono i problemi che si avvicinano e che egli ha di fronte in un incerto futuro.
    Il più grave in assoluto di questi problemi è il caso tedesco. Il 21 aprile scorso, il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco, già consigliere di Papa Francesco nel governo della Chiesa, ha raccomandato ai servizi pastorali della sua diocesi l'uso di un manuale intitolato "La benedizione dà forza all'amore", che propone diverse "formule" per benedire le coppie dello stesso sesso e i divorziati risposati. Il testo è stato approvato dalla Conferenza del 4 aprile 2025, che riunisce la Conferenza episcopale tedesca e il Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK).
    LA BENEDIZIONE DELLE COPPIE GAY
    Interrogato su questo episodio durante il volo di ritorno dalla sua visita africana, giovedì 23 aprile, Leone XIV ha voluto chiarire la sua posizione con queste parole: «La Santa Sede ha chiaramente fatto sapere che non siamo d'accordo con la benedizione formalizzata delle coppie, in questo caso le coppie omosessuali, come chiedete, o le coppie in situazione irregolare, al di là di quanto è stato specificamente autorizzato da Papa Francesco dicendo che tutte le persone ricevono benedizioni. Tutti sono invitati a seguire Gesù, e tutti sono invitati a cercare la conversione nella propria vita. Andare oltre questo, oggi penso che il tema possa causare più divisione che unità, e che dovremmo cercare modi per costruire la nostra unità su Gesù Cristo e su ciò che Gesù Cristo insegna».
    Il Papa discorda dunque dal Cammino Sinodale tedesco e prende indirettamente le distanze dalla dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede, Fiducia Supplicans, pubblicata il 18 dicembre 2023 e approvata da Papa Francesco, che consente la benedizione pastorale, anche se non rituale, per le coppie in situazioni "irregolari" e per quelle dello stesso sesso. Però Papa Leone sa che i vescovi tedeschi continueranno a richiamarsi a quel documento, almeno fino a quando non ne uscirà uno della stessa, o di maggior autorità ma di segno diverso.
    La posizione dei vescovi tedeschi, d'altra parte, è chiara e, a suo modo, coerente. La Conferenza episcopale fin dal gennaio del 2020 si è messa alla testa di un "cammino sinodale", che ha l'obiettivo di estendere alla Chiesa universale le decisioni "vincolanti" del suo "sinodo permanente", tra le quali, l'ordinazione ministeriale delle donne e l'inclusione degli omosessuali nella Chiesa, aprendo loro tutti i sacramenti, anche il matrimonio. 
    La Santa Sede è intervenuta più di una volta per mettere in guardia i vescovi tedeschi, fin da quando monsignor Filippo Iannone, che nel 2025 Leone XIV ha messo a capo del dicastero per i vescovi, scrisse al loro presidente, il cardinale Marx, per avvisare che questi temi dirompenti "non riguardano la Chiesa in Germania ma la Chiesa universale e, con poche eccezioni, non possono essere oggetto di deliberazioni o decisioni di una Chiesa particolare". Ma lo stesso cardinale Marx, in un'intervista rilasciata al settimanale Stern il 30 marzo 2022, aveva dichiarato che: "Il catechismo non è scolpito nella pietra. Si può anche dubitare di ciò che dice". E, di fatto, lo ha ribadito il 21 aprile scorso.
    Leone XIV si trova dunque di fronte ad una grave lacerazione, che sulla scia dell'esempio tedesco, potrebbe estendersi ad altri episcopati, ponendolo in una posizione di quasi minoranza all'interno della Chiesa.
    LE CONSACRAZIONI EPISCOPALI SENZA MANDATO PONTIFICIO
    Ma un altro problema è all'orizzonte: le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio che la Fraternità San Pio X ha annunciato per il 1 luglio 2026. Sembra che la Santa Sede stia preparando un decreto di scomunica, analogo a quello promulgato dalla Congregazione per i Vescovi il 1 luglio 1988. Ma al di là del giudizio sulle consacrazioni e sulle censure che ad esse seguiranno, non si può non constatare che ci troveremo di fronte a una frattura ecclesiale, che anch'essa vanifica, o quanto meno allontana, la auspicata mèta della pace e dell'unità nella Chiesa. Dopo la scomunica del 1988, Benedetto XVI aveva per così dire gettato un ponte al mondo tradizionalista promulgando nel 2007 il Motu Proprio Summorum Pontificum e revocando nel 2009 le scomuniche comminate alla Fraternità San Pio X. Successivamente, papa Francesco ha concesso ai sacerdoti della Fraternità la facoltà di confessare validamente e ha stabilito modalità per il riconoscimento dei matrimoni celebrati nei loro priorati. D'altra parte, se nel 1988 si poteva immaginare una progressiva scomparsa della Fraternità San Pio X, dopo la morte del suo fondatore, la realtà di oggi è che essa conta più di 700 sacerdoti, oltre 200 seminaristi, più di un centinaio di priorati e centinaia di centri di Messa in oltre 60 Paesi, con centinaia di migliaia di fedeli in tutto il mondo. Quanto dovrebbe accadere nel mese di luglio non sarà la costruzione di un ponte, ma la creazione di un nuovo fossato tra questo mondo e la Santa Sede.
    Sullo sfondo della politica internazionale, poi, alla guerra russo-ucraina, si è aggiunta quella che vede gli Stati Uniti ed Israele contrapposti all'Iran in Medio Oriente. Il Papa ha condannato questa come tutte le altre guerre, ma la pace è ancora lontana e con lo scontro tra Donald Trump e Leone XIV si è recentemente aperto un contrasto, che è forse il più grave nella storia delle relazioni tra Santa Sede e Stati Uniti nell'ultimo secolo.
    Di tutto questo il Papa non ha diretta responsabilità, ma visto sotto l'angolatura della pace e dell'unità considerati come beni assoluti, il bilancio del suo primo anno di pontificato appare preoccupante. Se si ricorda però che la pace e l'unità non sono valori assoluti, ma si fondano su Verità e Giustizia, anche gli scontri e le divisioni possono essere salutari, aiutando a ritrovare la strada, che nel caos si è smarrita. E questa la migliore preghiera e il sincero augurio che si può fare per Leone XIV: che egli ci conduca alla vera pace di Cristo, nel Regno di Cristo, affrontando tutte le difficoltà, le sofferenze, e le lotte, che questo cammino può comportare.
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