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    Il libro di Ravagnani: libertà al prezzo di un'infedeltà

    24/02/2026 | 5 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8463

    IL LIBRO DI RAVAGNANI: LIBERTA' A PREZZO DI UN'INFEDELTA' di Andrea Zambrano
     
    Abbiamo letto il libro di (don) Alberto Ravagnani La Scelta. Andiamo al cuore della faccenda: è la prova che Dio esiste. Esiste, perché se è riuscito ad avvicinare alla conversione decine di giovani, servendosi di un prete sicuramente innamorato di Cristo, ma privo di strumenti spirituali, intellettuali e teologici di "base", allora vuol dire davvero che supplet Ecclesia, cioè la Chiesa supplisce anche di fronte all'eventuale claudicanza del pastore. Si sa, la Chiesa è andata avanti anche grazie a sacerdoti inadeguati, ma inseriti dentro la cornice giusta. «Fate quello che dicono e non fate quello che fanno». È un format rodato.
    Per il resto, sulla vicenda umana di Ravagnani e di quello che dice nel libro, anticipato allo sfinimento nei podcast, nelle interviste, nei reels e nei post sui social con un afflato di egocentrismo neanche tanto nascosto, bisogna avere rispetto, ma non serve dire molto di più, se non la sensazione di essere di fronte al déjà-vu di una crisi ecclesiale titanica, ma inavvertita dalle gerarchie ecclesiastiche. Lasciare il sacerdozio è un dramma, però reversibile, ma nelle pagine che scorrono manca decisamente il senso di questo dramma che ignora anche la responsabilità di un consacrato. Possibile che sia una scelta come un'altra, intercambiabile a seconda delle circostanze? Frutto di un cammino troppo veloce per uno che è sacerdote da appena 7 anni? Di sicuro nel libro non affiora.
    Il ragazzo scrive a flusso di coscienza, con realismo, non ci aspettavamo Honoré de Balzac, ma qualcosa di più del diario di sfogo ordinato dallo psicologo, francamente sì. Spiritualmente impalpabile, teologicamente confuso, umanamente povero, frutto, più che di discernimento, di molte sedute da uno psicologo. Lo si capisce da questa insistenza dominante del bravo bambino che fu Ravagnani, e poi bravo seminarista, bravo prete, in una sequenza di prese di coscienza psicologiche dove lo schema è quello del poveretto che deve sempre rispondere alle aspettative degli altri. E per questo non è libero. Che fuffa. Dov'è la virilità? Il valore? Dov'è la virtù che si coltiva abbandonando l'io bambino delle recriminazioni sul mondo che non cambia, sulla vita che non è come la vorrei io e sul fatto che è sempre colpa degli altri?
    INCAPACE DI UMILTÀ
    Incapace di umiltà, prende a schiaffi la liturgia con le banalità dei primi ribelli anni '60. Una paccottiglia trita e ritrita sulla Chiesa che deve cambiare. Cieco di fronte all'evidenza che la fede si risveglia oggi, e soprattutto nei giovani, laddove la liturgia è vissuta come duro lavoro e stupore di sacro. Il formalismo stantio che lui le rimprovera è in realtà il formalismo figlio di questi anni di creatività liturgica a cui evidentemente anche lui aspira. Niente di nuovo e niente di più scontato e infruttifero.
    Non poteva mancare il pippotto in salsa gay friendly, di lui che a Parigi scopre che la Chiesa sbaglia sull'omosessualità, pratica o in tendenza che sia. E lo fa in un tête-à-tête con un gay conosciuto in un bistrot. Polacco, tra l'altro, il quale dice di essere scappato dalla patria perché perseguitato. Evidentemente il primo polacco gay perseguitato dai tempi di nazismo e comunismo. Ma siamo seri?
    Un piagnisteo continuo di lui che era un bravo bambino e di lui che ha fatto tante cose, con i social, con i giovani e la Chiesa che non lo capisce. E che Fraternità è stata osteggiata. Ma figlio mio: San Francesco è stato osteggiato, San Pio, San Josemaria Escrivà sono stati osteggiati. Cosa ti aspettavi? Che i frutti scendessero dall'albero dei reels così senza fatica? Non lo fanno neanche i fichi selvatici in agosto. Pensavi di farcela tu?
    E poi lui che cede di fronte alla sessualità e non può e quindi dà la colpa alla Chiesa, che non cambia la morale sessuale. E allora "dagli alla Chiesa" da Galileo fino ad oggi, con la Chiesa nella parte della cattiva che ha sbagliato tutto. Conoscenze storiche da bar, luoghi comuni e cliché triti e ritriti secondo lo schema dell'"io so io e la Chiesa nun capisce un..." insomma avete capito.
    VOGLIA DI LIBERTÀ ASSOLUTA
    E che vuole essere libero, ma questo abito non glielo permette. Che noia. Una lagna egocentrica, che sembra piuttosto nascondere fallimenti, giustificare peccati, aprirsi ad una libertà intesa non come adesione alla Verità.
    Ammette, Ravagnani, di non avere avuto amici veri, tra i confratelli che non lo capivano, e qui sta forse il cuore della vicenda perché si dovrebbe aprire il doloroso capitolo dei preti che se non sono sostenuti da una comunità di consacrati, che custodiscano dubbi e fatiche, si va poco lontano. E il più delle volte si sbanda. Così come stupisce nel racconto che il vescovo non sia mai nominato, come se non si fosse mai interessato a lui. I superiori sempre visti come arcigni, incapaci di capirlo. Possibile?
    E poi l'inno alla "somatolatria", al suo corpo palestrato, pompato a suon di crunch per farci credere che per evangelizzare siano utili anche gli integratori contro una Chiesa che ha sempre condannato il corpo e perciò deve cambiare.
    Un disprezzo verso la veste da prete che si è accorto di portare - dice - per coprire un ruolo e che non corrisponde più con la sua persona finalmente libera. Un'offesa a quei santi che per rimanere fedeli a quella veste perché rivestimento visibile di Cristo si sono fatti ammazzare. Come Rolando Rivi, il cui libro gli avevo regalato quando lo ospitai in casa mia e che credo non abbia mai letto. Ci speravo, perché avrebbe avuto un esempio davanti agli occhi di martirio. In fondo viene da chiedersi se più che un problema di vocazione, non sia un problema di fede. E come si possa alimentare se persino la preghiera è vista come qualcosa di fastidioso, noioso, ripetitivo.
    E i giovani? I tanto strombazzati giovani che lui ha seguito, che ha avvicinato alla fede? A loro non sono riservate risposte, eppure sono loro oggi che, seguendo le sue gesta alle prese con le interviste sulla Stampa, Repubblica, sui grandi media che ora lo coccolano e domani lo scaricheranno, si interrogano con sconcerto: ma allora a che cosa è servito? E che senso ha rimanere fedeli ad una scelta se poi questa fedeltà viene infranta come il vetro di un IPhone?
    Un consiglio e un augurio, sarà anche paternalistico, ma fa lo stesso: guarda a Pietro, che tradì, non pubblicò libri sulla sua infedeltà, ma si mise testa china al servizio di quella chiamata. Tuffandosi nella misericordia di Dio e dando la sua vita.
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    L'addio di don Alberto Ravagnani e il problema della credibilità

    03/02/2026 | 10 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8443

    L'ADDIO DI DON ALBERTO RAVAGNANI E IL PROBLEMA DELLA CREDIBLITA' di Andrea Zambrano
     
    Per provare ad andare oltre il freddo comunicato della diocesi di Milano di sabato che annuncia la sospensione del ministero presbiterale di don Alberto Ravagnani e per superare la superficiale montagna di commenti social di queste ore del "io l'avevo detto che finiva così", bisognerebbe anzitutto partire dal fatto che un prete che lascia la tonaca è prima di tutto una "tragedia" ecclesiale la cui portata va ben oltre la scelta personale del sacerdote milanese.
    Una "tragedia" che investe il corpo della Chiesa oggi, lasciando una ferita profonda oggi, di cui difficilmente sentiamo parlare la Cei come urgenza da affrontare, come emergenza per cui interrogarsi. Un prete che lascia non è solo un soldato che abbandona il campo di battaglia, ma lo specchio di questa società nella quale tutto è provvisorio e relativista, dove le scelte, per usare la parola chiave di "don Rava" che dà il titolo al suo libro, non sono mai per sempre, ma intercambiabili a seconda delle circostanze e soggette ai capovolgimenti personali spacciati per il "bene per me".
    Non sappiamo se e quanto questa decisione, che il vescovo di Milano Mario Delpini ha voluto comunicare, anticipando così l'annuncio di don Ravagnani che avrebbe creato forse ancora più confusione e protagonismo, sia stata condivisa e meditata con i superiori o se invece sia solo il frutto di un cammino che ha via via trasformato questo sacerdote capace di coinvolgere i giovani nella proposta cristiana in un personaggio e non più in una guida in grado di portarli alla fede, che indicava solo Gesù come maestro e non se stesso.
    Però sappiamo che il fenomeno "don Rava" è stato un fenomeno social che ha portato inizialmente dei frutti alla vigna del Signore. Lo testimoniano le molte conversioni alla fede, gli innumerevoli riavvicinamenti alla pratica cristiana di migliaia di giovani che tramite i social, hanno rimesso piede in una chiesa partecipando ad adorazioni eucaristiche e avvicinandosi alla confessione. Se l'albero si vede dai frutti, è vero dunque che c'è stato un periodo, nei primi anni della sua esplosione, quelli immediatamente post covid, in cui quell'albero ha prodotto frutti buoni: al solo sentire il nome don Ravagnani anche le chiese di provincia si riempivano e la sua presenza in città si spargeva con la velocità del tam tam spontaneo e gioioso di chi andava a vedere qualcuno che parlava della Chiesa in modo nuovo, ma dicendo le cose di sempre.
    LE LUSINGHE DEL MONDO
    Temi come la castità, ad esempio, la scelta vocazionale, la morale sessuale, la verità o la regalità di Cristo, venivano annunciati partendo da Gesù e dalla Chiesa e non cercando di districarsi tra le concessioni del mondo o conciliando l'impossibile. Erano uno "specchietto" che poi si traduceva nell'incontro in una proposta sacramentale, tangibile, vera. La proposta cristiana declinata con il linguaggio accattivante e di facile presa dei reels e dei post. E questo ha portato del bene.
    Così come ha portato del bene l'esperienza del sacerdote milanese di creare con i giovani una fraternità di vita e di annuncio, partendo dalla protezione della Madonna di Loreto, ha fatto vedere con speranza il fenomeno Ravagnani, lasciando ad un prudente "vediamo come va a finire" le irritualità di certi atteggiamenti e eccessi che il mondo degli adulti non capiva, ma affidava alla sapiente mano della Chiesa. Se son rose...
    Poi però qualcosa si è rotto. O meglio, qualcosa probabilmente ha iniziato ad acquisire maggior peso rispetto alla missione. Da tramite per Cristo, Ravagnani si è trasformato sempre più in un personaggio, i social da mezzo sono diventati una trappola mortale nella quale propagandare il proprio ego, il bisogno narcisistico dell'io. Il suo aspetto è cambiato, persino il suo look, curato, alla moda, si è evoluto andando a significare ben oltre il classico detto del monaco e del suo abito. Si è soliti individuare nell'ingresso in palestra di don Rava e nella famosa pubblicità agli integratori l'inizio del suo declino, ma don Alberto aveva cominciato un po' prima a cedere alla lusinga del suo personaggio come veicolo di commercializzazione di prodotti, anche se in casa cattolica.
    La verità è che non sono stati quei mondi a cambiarlo, ma lui è cambiato o meglio è entrato in crisi iniziando a usare i social per scopi che si sono fatti via via più commerciali e promozionali della sua persona: i viaggi all'estero per non si sa bene che cosa, il bisogno di comunicare il sé, il togliersi il colletto da prete, il cominciare a concedere diritto di cittadinanza alle lusinghe del mondo, lo scarrocciare in favor di intervista proprio sulle spine della sessualità e della libertà hanno ben presto allontanato don Ravagani non tanto dalla sua missione - quella in un modo o nell'altro si riesce sempre a giustificare con qualche parola ben piazzata - ma dai suoi ragazzi.
    Sono stati i giovani che ha avvicinato in questi anni, infatti, i primi ad aver preso le distanze non appena si sono resi conto che il personaggio aveva preso il controllo sulla persona. Il "don Rava" si è fatto via via più irrintracciabile, da guida disponibile al telefono o pronto ad entrare nelle case di chi lo ospitava è diventato un guru protetto dallo schermo della fama.
    NON SOLTANTO FOLLOWERS
    E infatti anche l'esperienza di Fraternità è entrata in crisi e molti se ne sono andati, fortunatamente la gran parte ben al riparo tra le braccia della Chiesa in tutte le sue declinazioni e carismi. Altri, invece, sono rimasti ed è a loro che ora la Chiesa deve guardare perché non si perdano e non inizino il pernicioso percorso di chi si affida al cieco che guida altri ciechi anche se proprio ieri il direttivo di Fraternità ha annunciato che il cammino va avanti, con o senza di lui. Perché ora la loro guida ha rinunciato al bene più prezioso, quel sacerdozio che è martirio e dono, ma anche responsabilità nei confronti delle anime che ti sono affidate. Tutto il resto sono chiacchiere che lasciano il tempo che trovano e non producono più frutti, ma solo sterili rivendicazioni.
    E la Chiesa, come autorità, ha iniziato seppur in ritardo a chiederne conto al giovane sacerdote 32enne perché ha capito che quegli stessi giovani potevano diventare un comodo paravento, ma col rischio di perdersi anche loro. Nello scontro tra autorità e carisma, lo insegna la storia della Chiesa, bisogna sempre vedere dove sta il bene delle anime e non sempre a vincere il braccio di ferro è il carisma innovativo.
    Perché i giovani sono così: non sono soltanto dei followers, ma hanno bisogno prima di tutto di vedere che la proposta cristiana deve essere credibile prima che per me, per chi me la propone.
    E probabilmente la mancanza di credibilità di chi utilizzava ormai il suo essere uomo di Dio per portare sé stesso e poco più, è stato il principale detonatore. Oggi i ragazzi che ieri si scambiavano nelle chat con sgomento e rassegnazione il comunicato della diocesi che annunciava l'abbandono del suo ministero presbiterale, non erano più followers di un influencer cattolico, ma giovani consapevoli che la scelta della fede, così come quella vocazionale, è una scelta per sempre e non un mutevole accomodamento.
    I giovani, lo ricordava san Giovanni Paolo II Papa vogliono scelte per sempre, il loro cuore partecipa al fine dell'eternità con una proposta credibile e vera, non cerca scorciatoie né compromessi perché sanno meglio di noi che il mondo, di compromessi gliene sa offrire molti di più e ben più accattivanti.
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    Sant'Agostino e Leone XIV smascherano l'inganno della politica senza Dio

    27/01/2026 | 17 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8435

    SANT'AGOSTINO E LEONE XIV SMASCHERANO L'INGANNO DELLA POLITICA SENZA DIO
    di Roberto de Mattei
     
    Mi è capitato spesso di riferirmi a sant'Agostino e in particolare al suo capolavoro La Città di Dio. All'inizio di questo 2026, ho scritto che il De civitate Dei di sant'Agostino ci offre una chiave interpretativa della storia, che ci consente di andare oltre la lettura puramente contingente degli eventi politici ed economici e ci rimanda a un conflitto più profondo, tra opposte visioni dell'uomo e del mondo.
    Sono stato colpito dunque dal discorso che il Papa ha fatto il 9 gennaio di quest'anno ai membri del Corpo diplomatico. Un discorso che è incentrato proprio sulla Città di Dio di sant'Agostino e di cui vorrei citare i passi salienti, con le stesse parole di Leone XIV.
    DISCORSO AI MEMBRI DEL CORPO DIPLOMATICO
    "Ispirato dai tragici eventi del sacco di Roma del 410 d.C., - dice il Papa - Sant'Agostino scrive una delle opere più poderose della sua produzione teologica, filosofica e letteraria: il De Civitate Dei, La Città di Dio. Come ha osservato Benedetto XVI si tratta di un'« opera imponente e decisiva per lo sviluppo del pensiero politico occidentale e per la teologia cristiana della storia », (Benedetto XVI, Catechesi 20 febbraio 2008).(...) Certamente i nostri tempi sono molto distanti da quegli avvenimenti. Non si tratta solo di una lontananza temporale, ma anche di una sensibilità culturale diversa e di uno sviluppo di categorie del pensiero. Tuttavia, non si può tralasciare il fatto che proprio la nostra sensibilità culturale ha tratto linfa da quell'opera, che, come tutti i classici, parla agli uomini di ogni tempo.
    Agostino legge gli avvenimenti e la realtà storica secondo il modello delle due città: la città di Dio, che è eterna ed è caratterizzata dall'amore incondizionato di Dio (amor Dei)", e "la città terrena, incentrata sull'amore orgoglioso di sé (amor sui), sulla brama di potere e gloria mondani che portano alla distruzione. Non si tratta tuttavia di una lettura della storia che intende contrapporre l'aldilà all'aldiquà, la Chiesa allo Stato, né di una dialettica circa il ruolo della religione nella società civile.
    Nella prospettiva agostiniana, le due città coesistono fino alla fine dei tempi e posseggono sia una dimensione esteriore che una interiore, poiché non si misurano solo sugli atteggiamenti esterni con cui esse vengono costruite nella storia, ma anche sull'atteggiamento interiore di ogni essere umano dinanzi ai fatti della vita e agli accadimenti storici. In tale prospettiva, ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia. In modo particolare, Agostino rileva che i cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria. Tuttavia, il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l'etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile. (...) Sebbene il contesto in cui ci troviamo a vivere oggi sia diverso da quello del V secolo, alcune analogie rimangono assai attuali. Come allora siamo in un'epoca di profondi movimenti migratori; come allora siamo in un tempo di profondo riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali; come allora siamo, secondo la nota espressione di Papa Francesco, non in un'epoca di cambiamento ma in un cambiamento d'epoca.
    Se Sant'Agostino evidenzia la coesistenza della città celeste e di quella terrena fino alla fine dei secoli, il nostro tempo sembra piuttosto incline a negare "diritto di cittadinanza" alla città di Dio. Sembra esistere solo la città terrena racchiusa esclusivamente all'interno dei suoi confini. Ricercare solo beni immanenti mina quella "tranquillità dell'ordine", (S. Agostino, De Civ. Dei, XIX, 13), che per Agostino costituisce l'essenza stessa della pace, la quale interessa tanto la società e le nazioni quanto lo stesso animo umano, ed è essenziale per qualunque convivenza civile. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l'amor di sé fino all'indifferenza per Dio che governa la città terrena (Ibid., XIV, 28). Tuttavia, come nota Agostino, è grande l'insensatezza dell'orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da se stessi » ( Ibid., XIX, 4. 4.). L'orgoglio offusca la realtà stessa e l'empatia verso il prossimo. Non a caso all'origine di ogni conflitto vi è sempre una radice di orgoglio".
    L'INSEGNAMENTO DI SANT'AGOSTINO
    Qual è dunque l'insegnamento di sant'Agostino riproposto da Leone XIV? È l'insegnamento sempre attuale della Città di Dio: la consapevolezza che la storia dell'umanità è attraversata da una radicale alternativa, da due visioni del mondo e della storia inconciliabili tra loro. Da una parte vi è la visione trascendente, che riconosce Dio come principio e fine di ogni realtà e orienta a Lui non solo la vita personale, ma anche quella sociale, culturale e politica, a livello nazionale e internazionale. Dall'altra vi è la visione immanente, che rinchiude l'uomo nell'orizzonte del finito, escludendo Dio dalla storia e riducendo ogni criterio di verità, di giustizia e di bene alla misura dell'uomo stesso. La prima visione è fondata sull'umiltà, di chi non confida nelle proprie forze, ma tutto attende da Dio. La seconda visione, al contrario, nasce dall'orgoglio: dall'auto-adorazione dell'uomo che pensa e agisce come se Dio non esistesse e pretende di costruire la società prescindendo da Lui.
    Tra queste visioni del mondo, tra queste due città, non c'è compromesso possibile. Sant'Agostino ci insegna che nelle epoche più drammatiche della storia, come fu il V secolo e come lo è il nostro, è doveroso abbandonare la neutralità e schierarsi, perché la vita dell'uomo e quella della Chiesa è lotta di ogni giorno e in ogni campo, ma a condizione di cogliere l'aspetto soprannaturale di questa lotta, di comprenderne il carattere religioso e metafisico. Combattere dunque, ma con lo sguardo rivolto alla Città di Dio e non a quella degli uomini; combattere, in una parola, per l'avvento del Regno di Cristo, in Cielo e in terra: un Regno che non è un miraggio, ma è l'unica meta reale e ideale per la quale valga veramente la pena vivere e, se necessario, morire.
    Nota di BastaBugie: Nico Spuntoni nell'articolo seguente dal titolo "Il Papa al corpo diplomatico denuncia le derive orwelliane" racconta cosa ha detto Leone XIV agli ambasciatori nel tradizionale incontro di inizio anno.
    Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 10 gennaio 2026:
    «La città di Dio» e la visione di sant'Agostino sul mondo del V secolo sono il punto di partenza di Leone XIV per la sua panoramica sulla situazione internazionale nel tradizionale discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Un discorso pronunciato in inglese con un breve passaggio in italiano.
    Il Papa tira fuori temi e parole a cui è allergico il politicamente corretto. Chiesa e Stato non sono in antitesi e la corretta lettura dell'idea agostiniana di città di Dio e città terrena lo dimostrano. Il santo d'Ippona propone nella sua celebre opera degli allarmi che, secondo Prevost, sono ancora validi per la vita politica: le «false rappresentazioni della storia», «l'eccessivo nazionalismo» e la «distorsione dell'ideale dello statista». Il Papa lamenta la «debolezza del multilateralismo» ed è un punto di vista coerente con la tradizionale politica estera della Santa Sede. «A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti - ha osservato Leone - si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati». Ciò succede in un contesto in cui «la guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando» dal momento che «è stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui».Questa parte "diplomatica" è stata però seguita da una riflessione probabilmente meno gradita a molti governi e organismi internazionali. Prevost, infatti, se l'è presa con le Nazioni Unite che non solo devono sforzarsi di rispecchiare «la situazione del mondo odierno e non quello del dopoguerra» ma le sprona a far sì che questi sforzi siano più orientati ed efficienti nel «perseguire non ideologie ma politiche volte all'unità della famiglia dei popoli». Ideologia è una parola ripetuta spesso nel testo pronunciato ieri come quando il Papa ha contestato all'Occidente la riduzione degli «spazi per l'autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».
    Leone XIV ha sollevato il problema della libertà di coscienza minacciata. A proposito di ciò, il Papa ha difeso l'obiezione di coscienza che «consente all'individuo di rifiutare obblighi di natura legale o professionale che risultino in contrasto con princìpi morali, etici o religiosi profondamente radicati nella sua sfera personale». Il Papa ha citato i casi del «rifiuto del servizio militare in nome della non violenza» e del «diniego di pratiche come l'aborto o l'eutanasia per medici e operatori sanitari». Contro la tendenza a criminalizzarla, Prevost ha detto che «l'obiezione di coscienza non è una ribellione, ma un atto di fedeltà a sé stessi» e che «in questo particolare momento storico, la libertà di coscienza sembra essere oggetto di un'accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quell
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    I peccati che portano piu all'inferno sono quelli contro la purezza

    20/01/2026 | 5 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8427

    I PECCATI CHE PORTANO DI PIU' ALL'INFERNO SONO QUELLI CONTRO LA PUREZZA di Corrado Gnerre
     
    Innanzitutto c'è da dire che già un solo peccato mortale (indipendentemente da quale sia) causa la dannazione eterna, altrimenti non si chiamerebbe "mortale". La diversa gravità dei peccati mortali entra in gioco dopo l'assoluzione, ovvero in considerazione delle pene da scontare in questa vita o nel purgatorio. Ogni tipo di peccato ha una sua pena: ci sono peccati mortali che comportano pene più pesanti, così come ci sono peccati mortali che comportano invece pene minori... Sempre che questi peccati mortali vengano assolti, altrimenti - come abbiamo già detto - un solo peccato mortale (indipendentemente da quale sia) è meritevole del castigo eterno.
    Fatta questa premessa, va detto che i peccati mortali più gravi sono quelli che attengono al primo Comandamento. Ma va fatta anche una precisazione. Se è vero che i peccati più gravi sono quelli riguardanti il primo Comandamento, è pur vero che questi tipi di peccati, spesso, sono conseguenti ad altri. È difficile che si arrivi direttamente a non rispettare il primo Comandamento; è invece frequente che chi arriva a calpestare il primo Comandamento è perché già ha calpestato gli altri, in particolar modo il sesto e il nono.
    SE NON SI VIVE COME SI PENSA, SI FINIRÀ A PENSARE COME SI VIVE
    Ciò è dovuto al fatto che l'uomo realizza se stesso, conquistando la vera libertà, non con la conoscenza, ma con l'esercizio della virtù; e se è vero che per comportarsi bene bisogna prima conoscere cosa è il bene e cosa è il male, è altrettanto vero che "se non si vive come si pensa, si finirà inevitabilmente di pensare come si vive" (frase non nostra). Il senso del romanzo Il dottor Jekyll e mister Hyde sta proprio nel fatto che ci si illude di vivere in maniera sbagliata e poter conservare un buon pensiero. Il dottor Jekyll s'illude di poter sempre ritornare se stesso: ad un certo punto il "giocattolo" si rompe e non riesce più a non essere mister Hyde. I peccati contro la purezza e di intemperanza sono quelli che causano il disorientamento intellettuale. Perché? Perché l'antropologia (concezione dell'uomo) cristiana afferma che l'uomo è stato voluto da Dio come sintesi di spirito e di corpo. L'anima individuale è sostanzialmente legata al corpo, ma non ad un corpo qualsiasi, bensì a quel preciso corpo per cui è stata creata. Tale unione sostanziale fa sì che ci sia un'interazione tra l'anima e il corpo, nel senso che l'anima incide sul corpo e il corpo incide sull'anima.
    Prima abbiamo detto: "Se non si vive come si pensa, si finirà col pensare come si vive". Ed è così: il disordine corporeo si traduce sempre in disordine mentale. Quando s'introduce volutamente il dominio dell'istinto nel proprio comportamento avviene una sorta di bestializzazione, che diviene anche accecamento dell'intelligenza: appunto come le bestie! Ecco perché i Santi, anche se non hanno cultura, riescono ad esprimere una sapienza che è superiore ad ogni altro. Ed ecco perché, si può aver letto anche biblioteche intere, ma se si vive nel peccato si diranno sempre cose insensate.
    CON LA BESTIALIZZAZIONE SI CORROMPONO L'INTELLETTO E LA VOLONTÀ
    L'uomo bestializzato perde il pensiero: non il pensiero in quanto tale, ma la capacità di cogliere il vero senso della vita. L'intelletto se funziona bene coglie la verità. La buona volontà fa sì che questa verità venga amata. Invece con la bestializzazione si corrompono l'intelletto e la volontà, per cui si arriva non solo a non poter conoscere la verità, ma perfino a non amarla, anzi ad odiarla. O meglio: si sceglie la menzogna e ci si lascia affascinare da essa.
    Dio ha creato nell'uomo una gerarchia: gli istinti alla base, la ragione ad orientare gli istinti e la volontà a fare in modo che gli istinti possano conformarsi agli orientamenti della ragione. Però, quando la volontà fallisce, gli istinti crescono a dismisura arrivando a soffocare la ragione (è ciò che si chiama "accecamento dell'intelligenza") e il peccato diviene possibile.
    Ecco perché il Cristianesimo fa una differenza tra sapienza ed intellettualismo. La prima è il raggiungimento della verità, il secondo è solo una ricca conoscenza che prescinde dall'adesione al vero. Quante persone, anche analfabete, raggiungono una grande sapienza; e quanti intellettuali, pur avendo letto biblioteche intere, si allontanano dalla verità distruggendo altri e se stessi? Ciò perché tutto dipende dall'esercizio della virtù... in particolar modo dall'esercizio della temperanza.
    Il Beato Duns Scoto dice - e con lui tutta la Scuola francescana - che l'intelletto è inevitabilmente influenzato dalla volontà. Si possono avere tutti i talenti intellettivi di questo mondo, ma per conoscere bene, cioè per conoscere ciò che davvero conta nella vita, occorre la luce (che è la grazia!) e la grazia è data dall'esercizio della virtù. Ed ecco perché la Madonna disse a Santa Giacinta di Fatima che i peccati che fanno andare più all'inferno sono quelli della carne... perché sono i più facili a commettersi e da questi scaturiscono anche gli altri peccati.
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    Grazie a Leone XIV e Riccardo Muti torna la grande musica sacra in Vaticano

    06/01/2026 | 7 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8402

    GRAZIE A LEONE XIV E RICCARDO MUTI TORNA LA GRANDE MUSICA SACRA IN VATICANO
    di Roberto de Mattei
     
    Il 12 dicembre, in Vaticano, alla presenza di Leone XIV, il Maestro Riccardo Muti ha diretto la Messa per l'Incoronazione di Carlo X di Luigi Cherubini, eseguita dall'Orchestra Giovanile Luigi Cherubini e dal Coro della Cattedrale di Siena "Guido Chigi Saracini".
    L'evento è stato giustamente salutato come un segno del ritorno della grande musica sacra in Vaticano, grande assente negli anni del pontificato di papa Francesco. Ma la scelta di questa Messa, come omaggio musicale a Leone XIV, appare anche come un evento denso di allusioni simboliche.  
    Luigi Cherubini (1760-1842), compositore molto amato da Riccardo Muti, fu una delle figure centrali della musica europea tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento. Nato a Firenze, trascorse gran parte della sua vita in Francia, dove attraversò alcune delle stagioni più drammatiche della storia moderna: la Rivoluzione francese, l'epoca di Napoleone Bonaparte e la Restaurazione monarchica seguita al 1814. Autore di importanti opere liriche e sacre, divenne direttore del Conservatorio di Parigi, esercitando un'influenza decisiva sull'insegnamento musicale europeo.
    La Messa per l'Incoronazione di Carlo X rappresenta uno dei vertici della sua produzione sacra: un'opera concepita per un rito in cui si intrecciavano musica, teologia e politica sacra.
    La Messa fu composta infatti per l'incoronazione di Carlo X di Francia, celebrata il 29 maggio 1825 nella cattedrale di Reims. Carlo X (1757-1836), già conte di Artois, era fratello di Luigi XVI, ghigliottinato il 21 gennaio 1793, e di Luigi XVIII, salito al trono nel 1814 dopo la caduta di Napoleone, ma morto senza discendenza nel settembre 1824. Carlo X regnò solo sei anni e, dopo la Rivoluzione di luglio del 1830 e l'abdicazione, visse l'esilio con grande dignità, interpretandolo come una prova permessa dalla Provvidenza. Morì a Gorizia nel 1836 ed è sepolto a Castagnavizza, assieme ad altri membri della famiglia reale francese.
    IL PRINCIPIO MONARCHICO
    Carlo X credeva fermamente nel principio monarchico e volle essere incoronato secondo l'antico rituale, codificato da Carlo V nel 1365, ma le cui origini risalivano al pontificale di Egberto del secolo VIII. Per oltre ottocento anni quel rito non aveva subito mutamenti sostanziali e Carlo X volle riprenderlo in tutta la sua integralità. Durante la cerimonia il Re insistette per inginocchiarsi personalmente nei momenti più solenni, nonostante l'età e le difficoltà fisiche, affermando che non si poteva ricevere un potere sacro restando in piedi.
    Il momento centrale dell'incoronazione era la consacrazione con l'olio sacro, conservato secondo la tradizione nella celebre Santa Ampolla. Secondo il racconto di Incmaro di Reims, una colomba avrebbe portato quest'ampolla dal cielo a san Remigio, che con l'olio che conteneva aveva unto Clodoveo primo Re cristiano dei Franchi. Da allora il Re di Francia era stato considerato quasi come vicario di Cristo, investito di una missione provvidenziale. La consacrazione regale esprimeva l'origine sacra del potere temporale.
    Durante la Rivoluzione francese, il 7 ottobre 1792, un membro della Convenzione, il pastore protestante Philippe Rühl, aveva spezzato solennemente la Santa Ampolla nella piazza di Reims, compiendo un gesto di pubblico rifiuto del carattere sacrale della monarchia. Tuttavia, secondo un processo verbale dell'epoca, il giorno precedente era stata estratta con un ago d'oro e conservata una parte del crisma, che venne poi utilizzata per la consacrazione di Carlo X. 
    IL RITORNO DELLA MONARCHIA SACRA DOPO LA RIVOLUZIONE FRANCESE
    L'incoronazione di Carlo X, celebrata alle otto del mattino del 29 maggio 1825, fu voluta dal sovrano per affermare solennemente il ritorno della monarchia sacra dopo la frattura della Rivoluzione. Parigi, capitale della Rivoluzione, restò ai margini dell'evento, mentre venne scelta Reims, sede tradizionale delle incoronazioni dei sovrani francesi. Fu dunque un gesto profondamente contro-rivoluzionario.  Il Re prestò il giuramento rituale, ricevette gli speroni e la spada, simboli del potere, e venne unto dall'arcivescovo, monsignor de Latil, con il sacro crisma. Seguì la consegna del mantello cosparso di gigli, dell'anello, dello scettro, della mano di giustizia e infine l'imposizione della corona. La musica di Cherubini ebbe un ruolo centrale, accompagnando i momenti centrali dell'incoronazione del sovrano. 
    Alla Messa seguì il rito tradizionale della guarigione delle scrofole, una forma di tubercolosi dei linfonodi molto diffusa fino all'Ottocento. Secondo una credenza antichissima, i Re di Francia avevano il potere di guarire questo male con il solo tocco della mano, pronunciando la formula: «Le roi te touche, Dieu te guérit» - "Il re ti tocca, Dio ti guarisce".
    Carlo X riprese solennemente questo rito, abbandonato o attenuato dai sovrani precedenti. Toccò i malati uno ad uno, con raccoglimento e molti ne guarì, come attesta anche lo storico Marc Bloch nel suo celebre libro I re taumaturghi (Les Rois Thaumaturges, 1924). San Tommaso d'Aquino, nel De Regimine Principum, afferma che la sacra unzione conferiva al re un certo carattere di santità, testimoniato proprio dai prodigi e dalle guarigioni operate dai sovrani consacrati. La guarigione delle scrofole, con l'unzione e l'incoronazione, formava un unico grande linguaggio rituale che la Messa per l'Incoronazione di Carlo X esprime in tutta la sua magnificenza. 
    Questa Messa celebrò, due secoli addietro, il trionfo della monarchia cattolica, intesa non come semplice forma di governo, ma come espressione storica di una civiltà sacrale, nella quale l'autorità temporale riconosceva la propria origine nella legge naturale e divina. La Messa per l'Incoronazione di Carlo X di Cherubini risuonata in Vaticano davanti al Santo Padre ha dunque riportato alla memoria la concezione sacramentale del potere propria della Civiltà cristiana, assumendo il significato di un simbolico richiamo a una verità permanente: quella di Gesù Cristo Re della società e della storia. Non sembra casuale che questo evento sia caduto nel centenario dell'enciclica Quas primas di Pio XI (1925), nella quale il Pontefice affermò con chiarezza il fondamento scritturistico, teologico e spirituale della Regalità sociale di Cristo, ideale perenne di ogni vero cattolico.

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